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September 12 2008 | UNITED STATES

USA

Supreme Court, judge Ruth Bader Ginsburg: "If I were queen, the death penalty would not exist"

 
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Il Sole 24 Ore

«Nessun cedimento sui diritti umani»

Intervista a Ruth Bader Ginsburg di Donatella Stasio

«E’ facile difendere i diritti umani quando non sono minacciati. È come andare in barca in un giorno come questo, stare fuori al sole poi correre sotto coperta appena viene la pioggia. Ma i diritti umani vanno protetti sempre, soprattutto quando sono minacciati, come in questo momento. Anche se in gioco c’è la sicurezza nazionale; altrimenti 1’America tradirebbe i valori fondamentali per i quali si è sempre battuta».

Ruth Bader Ginsburg è una donna minuta. Parla con voce bassa ma ferma, sorseggiando un caffè doppio e poi un altro ancora, seduta al bar dell’Hotel Gritti, sul Canal Grande. Infilata in un maxivestito bianco e celeste, con un cappello di paglia stretto tra le mani lunghe e nodose, sembra una delle tante turiste americane in vacanza a Venezia. Nessuno penserebbe che è una dei nove giudici della Corte suprema americana, la «paladina delle libertà civili», la donna che con il suo voto ha contribuito a rovesciare ben tre verdetti sulla pena di morte, decretandone, fra l’altro, l’incostituzionalità nei confronti dei minori. Ma basta ascoltala e capisci subito perché negli Stati Uniti la Corte suprema è considerata «l’anima e la coscienza americana», prima ancora che il custode della Costituzione. «Ci siamo resi conto, a volte troppo tardi, che se cediamo alle paure in nome della sicurezza consegniamo ai nostri nemici la più grande delle loro vittorie, perché non saremmo più un Paese democratico e amante della libertà», ci dice con un sorriso. E aggiunge: «Io sono orgogliosa di come la mia Corte ha reagito alle leggi speciali emanate dal presidente Bush e ratificate dal Congresso dopo l’11 settembre, perché ha sempre ribadito che bisogna restare fedeli ai valori costituzionali, anche quando la sicurezza nazionale è minacciata».

 Un nastro azzurro le raccoglie i capelli in una coda di cavallo che lascia scoperto il viso ancora sorprendentemente;gi vane, nonostante i suoi 75 anni. Nata a Brooklyn da genitori ebrei, prima di approdare a Washington, nel ‘93, su designazione di Bill Clinton, è stata un avvocato di fama internazionale e si dice che sia una delle 20 donne più donne più potenti del mondo. E’ il pilastro liberal della Corte suprema, di cui ha vissuto la transizione dalla fase conservatrice a quella progressista e, dopo le dimissioni di Sandra Day O’ Connor, è rimasta l’unica donna del collegio. Accompagnata dal marito, professore di diritto, è in Italia per una breve vacanza e ci dedica un sabato pomeriggio. Rispende senza reticenze alle nostre domande , dopo più di due ore, ci chiede se anche lei l può farne un paio, perché è curiosa di sapere che cosa si agita in Italia sulla magistratura e a che cosa è dovuto il calo delle nascite.

 «La questione del bilanciamento tra libertà e sicurezza non è nuova né in America né in Europa - esordisce -. Nei periodi in cui la sicurezza nazionale è minacciata, per tutelarla c’è la tendenza a sostenere che è necessario limitare le libertà. È accaduto periodicamente negli Stati Uniti e forse il peggior esempio si è avuto durante la Seconda guerra mondiale, quando anche cittadini americani di origine giapponese furono messi nei campi d’internamento perché si temeva che la loro origine li avrebbe resi sleali nei confronti dell’America.

Oggi sappiamo che non era vero e che quella fu una reazione eccessiva. Poi abbiamo vissuto gli anni del maccartismo, della “grande paura rossa”, durante i quali tanta gente è stata accusata ingiustamente e sottoposta a ogni genere d’ interrogatorio. E ancora una volta ci siamo accorti tardi di essere andati oltre, troppo oltre. Ora spero che il mio Paese non ripeta gli errori del passato e arrivi presto a pentirsi di quanto sta accadendo, riconoscendo che i diritti umani vanno rispettati sempre».In effetti, la bussola dei diritti umani a volte si perde, a volte impazzisce, Le extraordinary renditions - le operazioni clandestine e illegali di cattura/detenzione effettuate dalla Cia per intercettare presunti terroristi e farli confessare nei Paesi in cui si pratica la tortura - ne sono un esempio. La Corte non si è ancora pronunciata. «Ma è inevitabile che lo farà», assicura. «In occasione della prima sentenza su Guantanamo Bay, chiesi a uno degli avvocati del Governo degli Stati Uniti che cosa pensasse di chi sosteneva che a Guantanamo si pratica la tortura. Lui rispose che era impensabile, che gli Stati Uniti non torturano… Pochi giorni dopo, però, la verità è venuta a galla. Ufficialmente il Dipartimento della Giustizia negava queste pratiche o diceva che si trattava di casi isolati. Poi si è scoperto che non è così.

Non so che cosa dirà la Corte quando si occuperà delle renditions. Ma so che la Corte, quando il Governo ha dato strada al terrore, ha detto “no”». Il problema delle renditions si è esteso all’Europa e ha toccato anche l’ Italia dove, con il sequestro dell’ex imam di Milano Abu Omar, si sta misurando la tenuta effettiva dei diritti umani rispetto alla sicurezza nazionale, a tutela della quale il Governo ha opposto alla magistratura il segreto di Stato.

Lo stesso ha fatto il Governo Usa per contestare il ricorso presentato alla Corte suprema da Khaled al Masri, un cittadino tedesco di origine libanese, che aveva accusato la Cia di averlo sequestrato in Macedonia, trasportato, detenuto e torturato per tre mesi in Afghanistan e poi abbandonato in Albania perché non si trattava della persona ricercata, senza mai spiegargli di che cosa fosse accusato. La Corte non ha «accettato» di esaminare il merito del ricorso, ma sarebbe «un errore» vedere in questa non-decisione l’adesione alla tesi del segreto di Stato, spiega la Ginsburg. La Corte americana, infatti, a differenza delle nostre, sceglie con una discrezionalità quasi assoluta i ricorsi su cui pronunciarsi. In un anno ne riceve circa 8mila e ne «accetta» 80-9ó; per entrare nel merito, è necessario che almeno 4 giudici su 9 lo vogliano. Il caso Al Masri probabilmente non era ancora «definitivo» e perciò «non è stato ascoltato. È probabile che lo affronteremo quando arriverà allo stadio finale», spiega. Ma la sua opinione personale sulla legalità delle renditions è molto chiara. La esprime richiamando la sentenza della Corte suprema d’Israele sul caso ticking bomb (la bomba che sta per esplodere). «Alla Corte era stato chiesto se fosse ammissibile l’uso della tortura per sapere dov’era stata piazzata la bomba. Il presidente ha detto: la tortura mai, perché la più grande vittoria che si può dare ai nostri nemici è diventare come loro. L’unico modo per conservare il nostro primato morale è riconoscere a chiunque, per quanto orribili siano i crimini che ha commesso, il rispetto dei diritti fondamentali e della sua dignità. Ecco, spero che questa sia la risposta che anche il mio Paese darà quando affronteremo la questione».Il terreno è in buona parte già arato. L’ultima delle tre sentenze su Guantanamo (Boumediene) è la pietra tombale del sistema degli enemy combatants messo in piedi dall’amministrazione Bush. La Corte ha riconosciuto ai prigionieri il diritto all’habeas corpus, quindi, il diritto di appellarsi a un giudice ordinario per dimostrare l’illegittimità delle accuse e dell’arresto.

Ci saranno ricadute sui processi in corso a Guantanamo? « È difficile dirlo.

Certo è che perla terza volta la Corte ha detto al presidente degli Stati Uniti che non ha l’autorità per arrestare delle persone senza dire di che cosa sono accusate e senza riconoscere loro il diritto alla difesa. Lo avevamo già affermato due volte, ma il Presidente Bush si è rivolto al Congresso per superare la nostra decisione. Adesso abbiamo ribadito che né il Presidente né il Congresso possono cancellare i diritti costituzionali». Ora, «alcuni tra i migliori avvocati americani difenderanno i prigionieri di Guantanamo, gratuitamente, perché ritengono che il nostro sistema giudiziario abbia grande dignità e che la legge esiste per essere rispettata». Quanto alla legittimità delle Commissioni militari create per gli enemy combatants, la Corte non si è pronunciata sulla loro costituzionalità né ha detto qual è la procedura da seguire per i prigionieri di Guantanamo. «Secondo me, il modello di riferimento potrebbe essere il nostro processo militare, quello della Corte marziale. Ma è una delle tante questioni ancora aperte, che verrà sicuramente esaminata dalla Corte». La Ginsburg, però, si augura che a novembre, con le elezioni americane, la legge cambi, e anche la procedura.  Tra le questioni aperte c’è la pena di morte. Le sentenze della Corte hanno segnato un progressivo avvicinamento all’ abolizione. Ma non è detto che questo sia l’approdo. «Il diritto penale è materia statale e non federale e la pena di morte esiste in 38 Stati su 50 -ricorda-. Se io fossi regina, non ci sarebbe. Ma il punto è: chi deve decidere sulla sua abolizione? Bisogna farlo a livello statale o federale? E, se a livello federale, chi deve decidere? Il Governo? La Corte? Il Congresso? Oppure occorre un referendum popolare? Quando parlo con i colleghi europei che si sentono superiori perché non hanno la pena di morte, faccio notare che se avessero fatto un referendum quando hanno deciso di abolirla, probabilmente l’ esito sarebbe stato negativo; se lo facessero oggi che la pena di morte è vietata, forse il divieto sarebbe confermato. Ripeto: il problema è stabilire chi decide. È vero che l’America è un Paese democratico, ma ci sono temi che non possono essere lasciati alla gente e richiedono un livello diverso di decisione». E mentre lo dice, beve l’ultimo sorso di caffè. Poi è lei che comincia a fare domande.

NOTE: Ha collaborato Eliana Morandi

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