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February 28 2009 | JAPAN

Japan

An Italian missionary: "My battle against death penalty"

 
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Il Messaggero

«La mia battaglia contro il boia»

Un missionario italiano lotta per evitare la pena di morte a un ex Yakuza

di Stefania Viti

TOKYO Solo nel 2008 sono state 15 le persone giustiziate in Giappone. Il numero più alto nella storia recente dopo quello del 1975, l'anno horribilis in cui vennero eseguite ben 17 sentenze. Nonostante la risoluzione sulla moratoria (partita dall'Italia nel 1993) sia stata approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2007, il Giappone non sembra molto intenzionato ad ascoltare gli appelli internazionali. La moratoria ha infatti un valore non vincolante e il governo giapponese, forte di un'opinione pubblica la cui maggioranza è a favore della pena capitale, continua a trattare questo problema come una questione di legislazione interna e di giustizia piuttosto che di diritti umani, come invece vorrebbe la comunità internazionale. Il 2009 conta, dunque, già ben 4 esecuzioni, tre delle quali eseguite soltanto dopo appena tre anni dalla sentenza definitiva ed effettuate come sempre con il sistema dell'impiccagione. Un segnale negativo, dunque, visto che in Giappone il tempo di attesa tra la condanna e l'esecuzione è stato sinora, in media, di circa una decina d'anni. Le esecuzioni avvengono sempre senza preavviso, tanto che anche i parenti dei giustiziati vengono avvertiti solo a fatto avvenuto e, tranne il sabato e la domenica, ogni giorno potrebbe essere l'ultimo.

Tra i 95 detenuti che si trovano attualmente nel braccio della morte c'è anche Kawabuchi Masayoshi, un uomo di 33 anni reo di aver ucciso quattro persone nel 1994. Condannato in primo grado all'ergastolo, ha avuto la sentenza tramutata in pena capitale dalla Corte Alta (la nostra Corte d'Appello). Kawabuchi ha, dunque, fatto ricorso alla Corte Suprema (la nostra Corte di Cassazione) con la richiesta che la pena estrema venga trasformata di nuovo in ergastolo. Ad aiutare Masayoshi in questa richiesta c'è anche Giuliano Delpero, un missionario della Missione operaia San Pietro e Paolo - un piccolo ordine di 16 membri sparsi in tutto il mondo e riconosciuto dalla Chiesa nel 1966 - che si trova in Giappone dal 1984.

Giuliano sta portando avanti una raccolta di firme: «Ne abbiamo già raccolte 4.000 ma il nostro obiettivo è quello di arrivare a 10.000. Vorrei fare un appello a tutti coloro che credono che la pena di morte sia una ingiustizia e invitarli a scrivere a questo indirizzo e-mail: [email protected] per firmare la petizione e aiutare Masayoshi. Le firme devo pervenire entro la metà di marzo» spiega il missionario.

La storia di Masayoshi è molto triste, racconta Delpero che lo visita regolarmente in carcere. Abbandonato da entrambi i genitori in tenera età, cresce per strada. Entra giovanissimo a far parte del gruppo locale di Yakuza, la mafia giapponese, dove subisce violenze di ogni tipo. Arruolato come gregario, per cercare di emergere accetta di partecipare a missioni che termineranno nell'uccisione di quattro persone. «Masayoshi, che si è convertito al cattolicesimo, è oggi una persona pentita dei propri errori e cerca di fare del bene. Scrive regolarmente alle famiglie delle sue vittime chiedendo perdono. Ha inoltre fondato all'interno del carcere l'associazione “Mugi no Kai” (Il Gruppo del Frumento) che pubblica anche un giornale e cerca di aiutare i detenuti in difficoltà. Il caso di Masayoshi in Giappone è molto conosciuto continua Delpero . La stampa ne ha fatto un caso mediatico e lo ha trattato come una sentenza esemplare. Si tratta, infatti, del primo condannato a morte nonostante all'epoca di alcuni fatti non fosse maggiorenne. Siamo stupiti di constatare come la giustizia giapponese non tenga conto delle attenuanti sociali e dell'ambiente degradato nel quale è cresciuto questo ragazzo».

Dal prossimo maggio entrerà in vigore la riforma del codice penale giapponese, che prevede l'introduzione di una giuria popolare nei processi penali. Questo cambiamento potrà forse aiutare quel dibattito sociale sui diritti umani e la pena capitale che in Giappone stenta a emergere.

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