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July 6 2009 | ITALY

Italia/USA

President Obama: I wish the death penalty to stay in the national debate on top of the agenda

 
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Avvenire - 3 luglio 2009

(Avvenire is the Italian bishops´ newspaper)

 

USA: PARLA IL PRESIDENTE
 L’INTERVISTA

 Obama: con il Papa una collaborazione per aiutare il mondo

 DA WASHINGTON E LENA M OLINARI
 B arack Obama intende chie­dere agli Otto Grandi che si riuniranno all’Aquila la prossima settimana di aumentare i loro sforzi in aiuto dei Paesi po­veri, quelli maggiormente colpiti dalla recessione globale. All’Italia, in particolare, il presidente ameri­cano chiederà invece di fare di più per sostenere lo sviluppo econo­mico dell’Afghanistan. E con papa Benedetto XVI, che incontrerà al termine del G8, il leader Usa è an­sioso di discutere il modo di far ri­partire il processo di pace in Me­dio Oriente. Durante una lunga intervista nel­la West Wing della Casa Bianca con un ristrettissimo gruppo di gior­nali, fra i quali Avvenire era l’uni­co quotidiano italiano, Obama ha illustrato le sue aspettative per il viaggio che mercoledì prossimo lo porterà in Italia e in Vaticano.

  Presentatosi nell’intima Roosevelt Room esattamente alle 10 e mez­zo della mattina di ieri, come pre­visto, Barack Obama ha risposto per più di un’ora a una dozzina di domande poste dalla manciata di cronisti (domande che non era­no state anticipate alla Casa Bian­ca) senza mai rifiutarsi di com­mentare gli argomenti che gli ve­nivano presentati. Nelle sue ri­sposte si è sempre sforzato di sot­tolineare gli elementi positivi di tutte le posizioni, soprattutto sui temi più controversi. Quella che segue è un’amplissima sintesi del­la conversazione.

 Signor presidente, quale impegno spera emerga dal G8 dell’Aquila nei confronti dei Paesi più poveri?

 Dal G8 vorrei poter ottenere la con­vinzione che eravamo seri quan­do ci siamo incontrati a Londra e abbiamo specificamente parlato della necessità non solo di stabi­lizzare l’economia, ma anche di far sì che gli effetti immediati della cri­si non siano subiti in modo spro­porzionato dai Paesi più vulnera­bili. Come risultato dell’incontro di Londra, abbiamo cercato i mo­di per contribuire a rendere l’im­patto della crisi meno duro. Per questo ho fatto approvare dal Con­gresso uno stanziamento di 100 miliardi di dollari in crediti per il Fondo monetario internazionale, da usare come strumento di so­stegno ai Paesi in via di sviluppo. Come Stati Uniti, inoltre, abbiamo già in programma di raddoppiare gli aiuti alle nazioni povere, non solo per interventi immediati, ma anche per il futuro. La priorità del­l’America al prossimo G8 è proprio di indurre gli altri Paesi a fare al­trettanto.

 Il Papa, durante il suo recente viaggio in Terra Santa, ha invo­cato una «pace giusta e duratu­ra ». I negoziati di pace in Medio Oriente sono tuttavia giunti a u­no stallo, in parte a causa delle resistenze di Israele a fermare la crescita degli insediamenti in Ci­sgiordania. Come pensa di con­vincere lo Stato ebraico a supe­rare queste resistenze e come in­tende far ripartire un negoziato basato sul principio di due po­poli, due Stati?

  Con gli israeliani siamo stati mol­to chiari nell’affermare che gli in­sediamenti devono essere ferma­ti. Ma sappiamo che non sarà fa­cile per Israele, perché gli insedia­menti continuano da molti anni. Il primo ministro Netanyahu inol­tre deve fare i conti con una serie di difficili condizioni politiche in patria. Ciò detto, i colloqui che stiamo avendo con gli israeliani so­no molto costruttivi. D’altra parte, non è solo colpa di Israele. I pale­stinesi hanno la responsabilità di fermare la violenza e i Paesi arabi della regione devono capire che, se Israele è chiamato a prendere decisioni politiche assai difficili, loro devono riconoscere che lo Sta­to ebraico ha bisogno di sicurez­za, come ogni altro Paese. Ciò che gli Stati Uniti possono fare, senza imporre la soluzione, è mettere u­no specchio di fronte a entrambe le parti per mostrare loro le con­seguenze delle proprie azioni. Questo è un tema sul quale sono ansioso di discutere con il Santo Padre, che credo condivida il mio approccio.

 Quali altri temi intende affronta­re con Benedetto XVI?

 Ho avuto una meravigliosa con­versazione telefonica con il Papa subito dopo le elezioni. E sebbene politicamente veda l’incontro co­me un colloquio con un capo di governo straniero, mi rendo con­to che, naturalmente, è molto di più. Capisco bene quale influenza il Papa abbia, ben oltre i confini della Chiesa cattolica. Il Pontefice gode del mio massimo rispetto personale, come figura che unisce una grande cultura a una grande sensibilità. L’opera che ha svolto per il dialogo fra le fedi è notevo­le. E immagino abbia già speri­mentato il rischio che deriva dal mettere insieme, a confronto, gruppi di posizioni opposte, come si è visto in Israele. Ma bisogna es­sere convinti del fatto che avviare il processo, far partire il dialogo, può portare a maggiore compren­sione fra chi è stato su fronti di­versi. Spero che con il Santo Padre saremo in grado di trovare temi sui quali avere una duratura collabo­razione: dalla pace in Medio O­riente alla lotta alla povertà, dai cambiamenti climatici all’immi­grazione. Tutti ambiti nei quali il Papa ha assunto una leadership straordinaria.

 In molti altri ambiti, in particola­re sul rispetto della vita e del ma­trimonio, la Chiesa cattolica, e i vescovi cattolici americani, hanno però espresso critiche e preoccu­pazioni nei confronti delle sue po­sizioni. Come pensa di affrontare tali critiche? O ritiene che finirà con l’ignorarle?

 Non ci sarà mai un momento in cui deciderò di ignorare le critiche dei vescovi cattolici, perché sono il presidente di tutti gli americani e non solo di quelli che, per caso, so­no d’accordo con me. Prendo mol­to seriamente le opinioni delle al­tre persone e i vescovi americani hanno una profonda influenza sul­la Chiesa e anche sulla comunità nazionale. Vari vescovi sono stati generosi nelle loro opinioni e in­coraggianti nei miei confronti, benché rimangano differenze su alcune questioni. Difenderò sem­pre con forza il diritto dei vescovi di criticarmi, anche con toni ap­passionati. E sarei felice di ospi­tarli qui alla Casa Bianca a parlare dei temi che ci uniscono e di quel­li che ci dividono, in una serie di ta­vole rotonde. Ci saranno tuttavia sempre ambiti nei quali non sarà possibile trovare pieno accordo.

 Lei ha nominato un gruppo di la­voro, composto da rappresentan­ti dei movimenti che difendono la vita e di associazioni che sosten­gono il diritto all’aborto, con lo scopo di trovare posizioni comu­ni. Quali sono le sue attese reali­stiche sul risultato dei lavori?

 Quel gruppo dovrà fornirmi un rapporto finale entro l’estate e non ho l’illusione che sia in grado, con il solo dibattito, di fare scompari­re le differenze. So che ci sono pun­ti in cui il conflitto non è concilia­bile. La cosa migliore che possia­mo fare è ribadire che esistono persone di buona volontà su en­trambe i fronti e che si possono trovare elementi sui quali lavora­re insieme. Fra questi, la necessità di aiutare i giovani a prendere de­cisioni intelligenti in modo che e­vitino gravidanze non desiderate, l’importanza di rafforzare l’acces­so all’adozione come alternativa all’aborto e il dovere di prendersi cura delle donne incinte e di aiu­tarle a crescere i loro bambini. Ci sono elementi, come la contrac­cezione, sui quali le differenze so­no profonde. La mia posizione personalmente è che si debba co­niugare una solida educazione morale e sessuale alla disponibi­lità di contraccettivi. Riconosco che ciò va in conflitto con la dot­trina della Chiesa cattolica. Ma sa­rei sorpreso se i sostenitori del di­ritto all’aborto non fossero d’ac­cordo che bisogna ridurre le cir­costanze in cui una donna decide di interrompere la gravidanza.

 Alcuni cattolici lodano il suo con­tributo alla promozione di temi di giustizia sociale, altri la criticano per la sua posizione sui temi del­la vita, dall’aborto alla ricerca sul­le cellule staminali. La vede come una contraddizione?

 Questa tensione del mondo catto­lico esisteva ben prima del mio ar­rivo alla Casa Bianca. Quando ho cominciato a interessarmi di giu­stizia sociale, a Chicago, i vesco­vi cattolici parlavano di immigra­zione, nucleare, poveri, politica e­stera. Poi, a un certo punto, l’at­tenzione della Chiesa cattolica si è spostata verso l’aborto e ciò ha avuto il potere di spostare l’opi­nione del Congresso e del Paese nella stessa direzione. Sono temi cui penso molto, ma non sta a me risolvere queste tensioni. Ho vi­sto tuttavia come si possa tenta­re una conciliazione. Il cardinal Joseph Bernardine, che ho cono­sciuto a Chicago, parlava chiara­mente ed esplicitamente della di­fesa della vita. E vi includeva an­che la lotta alla povertà, il benes­sere dell’infanzia, la pena di mor­te. Questa parte della tradizione cattolica mi ispira continuamen­te e ha avuto un forte impatto su mia moglie. A volte penso che sia stata seppellita sotto il dibattito sull’aborto. Desidero invece che resti in primo piano nel dibattito nazionale.

 (continua a pagina 5) Signor presidente, ha già scelto una chiesa da frequentare con la sua famiglia?

 Io e Michelle abbiamo deciso di prendere tempo prima di sce­gliere la nostra prossima parroc­chia perché, onestamente, siamo rimasti profondamente colpiti, turbati e delusi da quanto è suc­cesso a Trinity Church con il re­verendo Wright ( il pastore nero che ha fatto da padre spirituale ad Obama per 20 anni e che, du­rante la campa­gna elettorale, fece scalpore per la sua “maledizio­ne” all’Ameri­ca,
  ndr ).
Sap­piamo anche che la chiesa che frequentiamo può essere vista come la nostra ' portavoce'. E sappiamo che la nostra presenza rende la vita dif­ficile agli altri fedeli. Po­tremmo decidere di spostar­ci fra diverse di parrocchie, anche se questo ci toglierebbe l’esperienza di appartenere a u­na comunità e di partecipare al­la vita della chiesa. Mi aiuta però avere un gruppo di pastori di di­verse denominazioni che vengo­no a pregare con noi. Inoltre, Jo­shua ( Joseph DuBois, dell’ufficio della Casa Bianca per le iniziati­ve fondate sulla fede, ndr ) mi manda una riflessione devozio­nale ogni mattina sul mio Black­berry. Ha cominciato a farlo du­rante un momento difficile del­la campagna elettorale ed è un’a­bitudine che mi offre uno spun­to su cui riflettere ogni giorno e che apprezzo moltissimo.

 Molte persone, non solo medici, che offrono la propria opera in istituzioni e organizzazioni non governative sono molto preoc­cupate di non poter esercitare o­biezione di coscienza in campi eticamente sensibili. La posizio­ne della sua Amministrazione in merito non è del tutto chiara...

 Sono fermamente convinto del­la necessità di avere una forte o­biezioni di coscienza nel nostro Paese. L’ho difesa nel Parlamen­to dell’Illinois, ne ho discusso con il cardinale Francis George qui nello Studio Ovale e l’ho ri­petuto durante il mio intervento all’università di Notre Dame. Ca­pisco che c’è qualcuno che si a­spetta sempre il peggio da me su certi temi, ma è più un precon­cetto che una posizione motiva­ta da una ' linea dura' che sta­remmo cercando di imporre. La confusione può essere derivata dal fatto che abbiamo cancella­to una misura sull’obiezione di coscienza approvata negli ulti­missimi giorni di governo del mio predeces­sore solo per­ché non era stata formula­ta chiaramen­te. Ma stiamo rivedendo la questione e abbiamo ri­chiesto pareri in merito alla gente, rice­vendone cen­tinaia di mi­gliaia.

  Presto renderemo note li­nee guida più dettagliate e vi as­sicuro che conterranno una pre­cisa difesa dell’obiezione di co­scienza. Non più debole di quel­la che esisteva durante l’ammi­nistrazione Bush.
 Come concilia la sua fede con le promesse fatte durante la cam­pagna elettorale agli omoses­suali?

 Quanto alla comunità gay e le­sbica di questo Paese, penso che venga ferita da alcuni insegna­menti della Chiesa cattolica e dalla dottrina cristiana in gene­rale. Come cristiano, combatto continuamente fra la mia fede e i miei doveri e le mie preoccupa­zioni nei confronti di gay e lesbi­che. E spesso scopro che c’è mol­to ardore su entrambi i fronti del dibattito, anche fra chi conside­ro essere ottime persone. D’altra parte, rimango fermo a quanto ho espresso al Cairo: ogni posi­zione che liquidi in modo auto­matico le convinzioni religiose e il credo altrui come intolleranti non capisce il potere della fede e il bene che compie nel mondo. In ogni caso, come persone di fe­de dobbiamo esaminare le no­stre convinzioni e chiederci se a volte non stiamo causando sof­ferenza agli altri. Penso che tutti noi, di qualsiasi fede, dovremmo riconoscere che ci sono state vol­te in cui la religione non è stata messa al servizio del bene. E sta a noi, penso, compiere una profonda riflessione ed essere di­sposti a chiederci se stiamo a­gendo in modo coerente non so­lo con gli insegnamenti della Chiesa, ma anche con quanto Gesù Cristo, Nostro Signore, ci ha chiamati a fare: trattare gli altri come noi vorremmo essere trat­tati.

 Presidente, per concludere, si aspetta che l’Italia faccia di più per la sicurezza in Afghanistan in vista delle elezioni presiden­ziali di fine estate? E in che am­bito precisamente?

 L’Italia ci ha già aiutati molto in Afghanistan con il suo impegno militare. Quello di cui conti­nuiamo ad avere bisogno è col­laborazione nell’addestramen­to delle forze locali, che do­vranno, prima o poi, assumersi la responsabilità della difesa del loro Paese. La comunità inter­nazionale deve anche aumenta­re i propri sforzi tesi ad accele­rare e facilitare lo sviluppo eco­nomico afghano, a creare infra­strutture, occupazione, scambi commerciali, a espandere l’i­struzione, in modo da offrire al­la popolazione un’alternativa al­la coltivazione dell’oppio. Di questo parlerò esplicitamente con il premier Berlusconi du­rante il G8 dell’Aquila.

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