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February 25 2010 | SWITZERLAND

Switzerland

Geneva - IV Congress of World Coalition against Death Penalty – From the Great Religions a proposal and an engagement for the moratorium. A chance for a new interpretation of the Sacred Books

 
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Comunità di Sant’Egidio

IV Congresso della Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte - Dalle Grandi Religioni la proposta e l’impegno per la moratoria. L’occasione per una nuova interpretazione delle Sacre Scritture.

La Comunità di Sant’Egidio ha condotto la tavola rotonda “Religioni e Pena di Morte: Ostacoli o Strumenti per l’Abolizione?”, nell’ambito del IV Congresso della Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte, che si sta svolgendo a Ginevra.

E’ stata l’occasione di un confronto interreligioso e interconfessionale per fare luce sul ruolo che le religioni possono giocare per sostenere i processi abolizionisti nei paesi dove ancora esiste la pena capitale.

Danthong Breen, presidente della Union for Civil Liberty (Thailandia), ha evidenziato come la pena capitale sia chiaramente esclusa dai suoi principi basilari. Tradizione vuole che i monaci buddisti non possano neppure calpestare i luoghi dove avvengano esecuzioni, abbiano sempre parole di conforto per i prigionieri e condannino ogni forma di violenza, indiscriminatamente. Questo a volte si scontra con la realtà della politica, in quanto il buddismo tailandese afferma anche l’obbedienza all’autorità dello stato, e tra la popolazione è ancora assai diffusa la cultura della retribuzione e della vendetta.

Che la pena di morte abbia convissuto in passato con il Cristianesimo non impedisce di prendere atto che oggi la gran parte dei paesi a maggioranza cristiana respinga l’omicidio di stato. Lo ha puntualizzato Jonas Jonson, svedese, co-presidente del Gruppo Misto di Lavoro tra Chiesa Cattolica e Consiglio Ecumenico delle Chiese.

“Come potrebbero i cristiani accettare la pena di morte –si è chiesto- quando Gesù stesso fu condannato al più umiliante dei patiboli, quello della croce?”. Dalla morte da innocente di Gesù –sostiene- deriva l’obbligo, per ogni cristiano, di proteggere la vita in ogni circostanza.

La pena capitale –ha proseguito- è indifendibile agli occhi del Cristianesimo, che promulga la pace e la riconciliazione fra gli uomini. Ogni cristiano, avendo pietà per chi abbia commesso anche il più efferato dei crimini, salva la propria anima, ha ricordato, perché chi perdona il suo prossimo riceverà il perdono di Dio.

Piuttosto, ha suggerito, occorre una nuova interpretazione dei testi sacri, per confutare ogni presunta legittimazione della pena di morte partendo ad esempio da alcune parti del Vecchio Testamento.

La proposta è stata condivisa dall’ex Gran Rabbino di Ginevra Marc Raphael Guedj, il quale ha sottolineato che nelle Sacre Scritture la condanna a morte è intesa per lo più nella sua dimensione simbolica come la fine della vita interiore del credente, e non come un precetto giuridico quasi che la Bibbia fosse considerata alla stregua di un codice penale. In realtà il diritto rabbinico ha abolito la pena capitale da ormai 2.300 anni., e la tradizione rabbinica fino ai giorni nostri ha inteso sempre educare le giovani generazioni alla non violenza.

La teologa indonesiana Siti Musdah Mulia, musulmana, ha tenuto a precisare che i precetti coranici, contrariamente ad un’opinione largamente diffusa, sono in contraddizione con l’uso della pena di morte, in quanto l’islam promulga la misericordia e  la legge naturale, secondo cui il diritto alla vita di ogni essere umano va rispettato e salvaguardato. Solo facendo leva sull’istruzione, riformando i codici penali e rivedendo le tradizioni familiari –ha evidenziato- si può combattere una falsa cultura islamica comunemente percepita come legittimante l’omicidio di stato.

In conclusione, Mario Marazziti, della Comunità di Sant’Egidio, moderatore del dibattito, ha suggerito come l’impegno per una moratoria universale delle esecuzioni possa fornire un’opportunità concreta per le religioni affichè si comincino ad interrogare di nuovo sulle ragioni della violenza e sulla necessità del  rispetto della vita e della dignità umana, e come questo possa e debba divenire una proposta reale degli uomini di religione  per una società giusta e compassionevole, indipendentemente dalla diversità delle fedi professate.

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