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September 25 2010 | NEW YORK, UNITED STATES

E.U.

Europe, a too low voice on death penalty

 
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Corriere della Sera

25 settembre 2010

VOCE TROPPO BASSA SULLA PENA DI MORTE

di FRANCO VENTURINI

Essere orgogliosi dell`Europa, oggi, può apparire paradossale.

L`Unione Europea attraversa uno dei periodi più difficili della sua storia e in fondo al tunnel non si vede alcuna luce.

Eppure proprio oggi, dopo l`uccisione di Teresa Lewis in un penitenziario femminile della Virginia, io sono fiero di essere europeo.

Per un motivo semplice quanto moralmente cruciale: in Europa la pena di morte non esiste, e se un Paese vuole aderire alla Ue deve prima abolirla.

Sbaglio a vantare questo sentimento di superiorità civile in un mondo dove gi Paesi prevedono ancora la pena capitale e non hanno intenzione di vietarla? No, non credo.

In Europa esistono certo comportamenti anche governativi al limite del rispetto dei diritti umani (soprattutto in tema di lotta all`immigrazione clandestina), ed esistono, come ben sappiamo in Italia, organizzazioni criminali che non esitano a versare fiumi di sangue. Ma lo Stato non uccide, La Legge non uccide. Ed è questo spartiacque etico e giuridico a dividerci da una massa di Paesi che comprende democrazie e totalitarismi, dagli Usa alla Cina, dall`Iran al Giappone o all`Arabia Saudita.

Orribili, nella maggioranza di questi Stati, sono anche le procedure previste per la pena capitale. La lapidazione nel mondo islamico più radicale, beninteso. Ma in Giappone le famiglie vengono avvisate soltanto ad esecuzione avvenuta. In Cina le famiglie pagano il costo della pallottola che ha sfondato il cranio del loro congiunto. E in America, ieri, la giornalista ammessa a seguire l`esecuzione per poi riferire ai colleghi raccontava in tv come sul lettino dove era stata legata Teresa Lewis le cinghie fossero inizialmente troppo strette, come uno dei boia, prima di praticare le iniezioni mortali, tentasse di tranquillizzare la condannata dandole dei colpetti sulla spalla sinistra, come la gamba destra, dopo le iniezioni, avesse avuto ancora dei sussulti.

Questo andava in tv, perché ormai non aveva più importanza che Teresa Lewis, rea confessa di aver ingaggiato due sicari per uccidere il marito e suo figlio, fosse al limite del quoziente previsto per determinare chi è mentalmente ritardato. Non aveva più importanza che in Virginia nessuna donna fosse stata messa a morte da quasi un secolo.

Non aveva più importanza che i due sicari, gli assassini, fossero stati invece condannati all`ergastolo.

Ebbene sì, oggi ci sentiamo, con tutti i nostri mali profondi, più civili della democratica America. E bisogna avere il coraggio di dirlo, mentre giustamente ci battiamo per salvare la vita di Sakineh nel tirannico Iran.

Bisogna riconoscere che Ahmadinejad ha sì strumentalizzato il caso della Lewis, ma non ha in alcun modo influenzato la sua vicenda.

Bisogna far pesare la nostra indignazione sull`America ben sapendo che l`America non è l`Iran. Bisogna insistere nel rigetto della pena di morte pur sapendo che in Usa essa ha origini storiche, e che l`opinione pubblica la vuole. Solo così capiremo, senza ipocrisie, che oggi abbiamo il diritto di sentirci fieramente diversi. Tanto diversi che quanto è avvenuto in Virginia - ma parliamo di un caso per parlare di tanti altri, come avviene per Sakineh - rappresenta per noi una sconfitta. Avvolta nel silenzio, in un silenzio avvilente, e per questo ancora più bruciante.

Non occorre, invece, ricordare le motivazioni che spingono noi e tanti altri ad essere nemici della pena di morte. Sacralità della vita umana, dubbia efficacia contro il crimine, pericolo di errori giudiziari non più rimediabili, ognuno può scegliere tra questi e altri motivi di riflessione. Ma visto che siamo europei, e che oggi siamo orgogliosi di esserlo, dobbiamo anche chiederci perché contro la pena di morte chi è contrario non faccia di più. Perché la voce degli abolizionisti non sia più alta, perché questo tema, invece di diventare una bandiera, provochi di solito un imbarazzato buonismo.

Certo, basta scorrere l`elenco dei Paesi che applicano la pena di morte per capire chi abbiamo davanti. Ma in campo etico le grandi potenze non dovrebbero esistere. E lo hanno dimostrato quei Paesi - tra questi una impegnata Italia - che si sono a lungo battuti per la firma di una moratoria in sede Onu, e che direttamente o indirettamente sono riusciti a scuotere settori delle opinioni pubbliche altrui favorendo un parzialissimo calo del numero delle esecuzioni.

Bene, ma siamo sicuri che quell`impegno continui? L`Italia presenterà come ogni anno la sua proposta di risoluzione all`Onu.

Ma non c`è forse, nella nostra diplomazia, la comprensibile quanto sbagliata tendenza a sorvolare sull`argomento per evitare contrasti con l`interlocutore? Non è forse vero che gli europei della Ue, tutti nemici della pena di morte, non riescono tuttavia a prendere sulla scena internazionale una iniziativa davvero unitaria che favorirebbe quella identità comune tanto difficile da raggiungere? E l`Italia, perché non porta questo argomento in Consiglio europeo con la forza necessaria, perché non impone questo tema a Bruxelles? Delle 5600 esecuzioni capitali registrate nel 2009, l`88 per cento ha avuto luogo in Cina. Il Premier cinese Wen jiabao sarà in Italia tra pochi giorni: gli ricorderanno, i nostri politici, che a noi la pena di morte non piace? Fieri di non avere la pena di morte ma timidi nell`isolare chi la applica [.]

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