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January 25 2011 | JAPAN

Japan

The story of Iwao Hakamada, on death row for 42 years. A judge who sentenced him today admits his own mistake

 
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Il Giornale

Da 42 anni attende il boia, tutta la vita condannato a morte

Pena di morte
Qualsiasi sia la colpa commessa da Iwao Hakamada – ma lui dice di essere innocente; e c’è il caso, piuttosto serio, che lo sia – i suoi giudici gliel’hanno già fatta scontare cento volte, impiccandolo a quella forca che gli venne garantita, per così dire, 42 anni fa. Da quel giorno, per come vanno le cose nel civilissimo e molto cerimonioso Giappone, Iwao Hakamada, ex pugile professionista, ha cominciato a impazzire, trasalendo a ogni passo che rimbomba nel corridoio del penitenziario in cui lo gettarono, all’alba del 1968. Una non vita con i pensieri allagati dal terrore, dalla visione orrorifica di un cappio e di una botola che si apre sotto i piedi. «Sono loro, vengono per me…»; «In genere c’è solo una guardia; stamattina invece sento i passi di due persone… eccoli, vengono a prendermi…». Tutto questo, nel caso dello sventurato Iwao Hakamada, oggi 74enne, per 30 giorni al mese, 365 giorni l’anno, per anni 42. Già, perché nel civilissimo e molto cerimonioso Giappone, l’unica grande democrazia occidentale oltre agli Stati Uniti in cui si pratica ancora la pena di morte, i condannati non sanno quando verranno uccisi. Nel braccio della morte, i reclusi vengono avvisati con una sola ora d’anticipo, al mattino.
Non ci sono cerimonie d’addio con i parenti, non ci sono ultimi desideri, né ultime cene, né fesserie cinematografiche tipo ultima sigaretta. Se ci tieni, ti concedono una fermata di qualche minuto davanti a un altare buddista, prima di procedere verso la botola… Ristretti in celle singole, impediti di comunicare con altri reclusi, chiusi in una cella di cinque metri quadrati scarsi, a parte i 45 minuti d’«aria», ciascuno è libero di torturarsi psicologicamente con calma. Con molta calma. Anche i familiari più stretti dei condannati, nonché i loro avvocati, vengono informati dell’esecuzione a cose fatte. «È per evitare che il condannato provi turbamento», si giustificano i civilissimi e molto cerimoniosi funzionari del Ministero della Giustizia.
Quando, all’inizio degli anni Ottanta, impiccarono il suo vicino di cella, Iwao Hakamada cominciò a dare i numeri. «Io non ho sorelle», cominciò a dire al direttore del carcere rifiutandosi di vedere sua sorella Hideko, che non ha mai smesso, una volta al mese, di andare in pellegrinaggio al carcere di Tokio. Ultimamente gli hanno sentito esclamare: «Sto costruendo un castello». «Mi rallegro. Magari riesci a finirlo in tempo…» gli ha mandato a dire Hideko, mandandogli idealmente una carezza.
Iwao Hakamada è accusato di aver ucciso nel1966 il direttore di una fabbrica di miso (un condimento a base di soia molto diffuso nella cucina orientale) la moglie e i due figli della coppia. E di aver poi dato alle fiamme l’azienda dove era stato commesso il quadruplice omicidio nel tentativo di cancellare le tracce. Hakamada sembrava avere le carte in regola per fare il capro espiatorio. E la polizia si mise al lavoro. Saltò fuori un pantalone con alcune minuscole macchie di sangue e di benzina… Ma il fatto che non fosse della sua taglia non bastò a discolparlo. Duecentosettantasette ore durò l’interrogatorio dell’imputato: una media di 10 ore al giorno, senza bere, e senza potersi recare in bagno. Alla fine, quando gli dissero «firma», Iwao pensò che l’incubo fosse finito. Sbagliato. Quella che gli avevano dato da firmare era una confessione.

«Come abbiano fatto i miei colleghi a farsi abbagliare da quelle sedicenti prove ancora non capisco», ha scritto recentemente, in un suo libro, uno dei tre giudici che firmarono la condanna a morte. Norimichi Kumamoto, si chiama quest’ultimo. Giudice oggi in pensione. «Il presidente della Corte disse: è colpevole. E tanto bastò. A me chiesero solo di redigere la sentenza. In calce, io scrissi che non ero d’accordo. Ma mi obbligarono a firmare. Due contro uno, e fu la condanna a morte». Amnesty International ha chiesto la revisione del processo. Ma dicono che a Iwao Hakamada la cosa non interessi. Sono 42 anni che aspetta quei passi nel corridoio. Non c’è nessuno, in tutto il mondo, che si sia fatto tutto questo tempo in un braccio della morte. Lui chiede solo che le guardie arrivino, e che l’incubo sia finito. di Luciano Gulli Il Giornale

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