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12 Febbraio 2008 | UZBEKISTAN

Uzbekistan

L'abolizione della pena di morte in Uzbekistan - Intervista a Tamara Chikunova

 
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 Comunità di Sant’Egidio

Tamara Chikunova con Marat Rakhmanov, l’ultimo prigioniero
da lei liberato dal braccio della morte, scarcerato a gennaio

 

7 Febbraio 2008

Come l’incontro con la Comunità di Sant’Egidio ha sostenuto il suo impegno per l’abolizione della pena capitale in Uzbekistan? Che cosa è cambiato in seguito per lei, personalmente e intimamente, e nella sua peculiare battaglia per la vita?

La collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio è stata un sostegno inestimabile nel mio lavoro a favore dell’abolizione della pena di morte. La mia vita stessa è stata più volte in pericolo. Non valeva nulla di fronte ai potenti che volevano ostacolarmi.  Senza il suo aiuto non so se sarei riuscita a sopravvivere. Riprendendo un passo dalla Bibbia, dal libro del profeta Daniele, la Comunità mi ha aiutato a non farmi sbranare dai leoni. Insieme alla Comunità di Sant’Egidio ho imparato il valore e l’importanza del dialogo e della pazienza. L’appoggio fraterno e umano che ho ricevuto mi ha dato energie nuove per continuare a lavorare per la liberazione dei prigionieri.

Quali prospettive si aprono adesso per i prigionieri che ancora giacciono nei bracci della morte?

Attualmente tutti coloro che sono stati condannati a morte fino al 1 gennaio 2008 si trovano nei bracci della morte perché è stato sì emanato il decreto presidenziale che abolisce la pena di morte, ma non esiste ancora una  giurisprudenza ordinaria che la metta in pratica. Finché la Corte Suprema non elaborerà e non approverà un adattamento legislativo al decreto presidenziale di abolizione, i prigionieri resteranno nei bracci della morte. 

In che tempi si svolgerà il processo di adattamento della legislazione penale ordinaria al decreto presidenziale di cancellazione della pena di morte? Come introdurre una nuova cultura giuridica che rispetti sempre la dignità della persona?

Secondo quanto fissato dal decreto presidenziale che ha abolito la condanna a morte, le pene massime saranno l’ergastolo e la condanna a 20-25 anni di reclusione.
Ogni paese dove non c’è la pena di morte si assume la responsabilità della tutela della vita dei cittadini nel suo territorio. Nella Costituzione dell’Uzbekistan è scritto che il diritto alla vita è un diritto inalienabile di ogni uomo che vive nel territorio del paese. Alla luce del nuovo decreto, l’attentato alla vita di una persona, in qualunque circostanza essa si venga a trovare – agli arresti, o durante un’inchiesta o in carcere – deve essere considerato come un crimine gravissimo.

In questi sette anni della sua battaglia personale per il diritto alla vita, lei ha dovuto affrontare molti momenti difficili. In quali modi è comunque riuscita di volta in volta a superarli?

E’ vero, nel corso di questi anni ho dovuto superare molte difficoltà. Sarebbe stato difficilissimo senza l’aiuto e la difesa della Comunità di Sant’Egidio. Su di me sono state spesso utilizzate pesanti pressioni psicologiche. Mi chiamavano “la madre dell’assassino”, mi accusavano di gestire un giro di prostituzione e di essere una terrorista musulmana, mi provocavano. Ho ricevuto varie minacce alla mia stessa integrità fisica,  ma la Comunità mi ha sempre sostenuto moralmente. Mi ha candidato a numerosi premi internazionali, mi ha difeso dalle accuse senza fondamento da parte delle strutture governative  dell’Uzbekistan.

Come è nato il suo interesse per i carcerati in Kyrgyzstan? Quali differenze rispetto al regime penale uzbeko, e quali gli obiettivi che si è prefissata?

Il Kyrgyzstan è un paese limitrofo all’Uzbekistan. Nei suoi bracci della morte giacevano condannati che erano cittadini uzbeki e russi. Oltre a questo fatto, nel settembre del 2005 ho saputo che stava per terminare il periodo allora stabilito per la moratoria nel paese. Mi sono rivolta al governo kyrgyzo e ai difensori locali dei diritti umani attraverso un appello per l’abolizione della pena di morte. Ho trovato dei compagni di battaglia nell’associazione “Cittadini Contro la Corruzione”, guidata da Tolekan Ismailova, e con l’aiuto della Comunità di Sant’Egidio abbiamo iniziato a lavorare per l’abolizione della pena di morte in Kyrgyzstan. Il 26 giugno 2007 è stata approvata la legge che ha sancito l’abolizione giuridica della pena di morte dal codice penale.
La grande differenza tra le due leggi approvate in Kyrgyzstan e in Uzbekistan è che in Kyrgyzstan al posto della pena di morte è previsto solo l’ergastolo. Oltre a questo, in Uzbekistan il prigioniero condannato all’ergastolo ha il diritto di essere graziato dopo 20-25 anni, mentre in Kyrgyzstan solo dopo 30 anni.

Dopo il felice esito in Uzbekistan, pensa di estendere ad altri paesi il suo interesse e il suo impegno per abolire la pena di morte?

Ho intenzione di continuare il lavoro per l’abolizione della pena di morte e per la moratoria mondiale insieme alla Comunità di Sant’Egidio. Nei piani a scadenza più ravvicinata rientra l’impegno in Kazakhstan, dove alla moratoria dovrebbe sostituirsi l’abolizione definitiva, in Mongolia e forse in Bielorussia.

I Paesi dell’Asia Centrale ex-Sovietica, pur tenendo conto della loro storia e della loro cultura peculiari, in che modo potranno sviluppare un senso della giustizia in grado di garantire sempre e comunque il rispetto della persona, la sua integrità fisica, i suoi diritti inviolabili?

In Uzbekistan, ma anche un po’ in tutti i paesi centroasiatici vicini,  ancor oggi vengono praticate svariate forme di tortura. La tortura è un’esplicita violazione del diritto alla vita. L’utilizzo della tortura durante gli interrogatori e nei luoghi di detenzione è una pratica che deve essere punita severamente. L’articolo 235 del codice penale uzbeko sull’utilizzo della tortura dovrebbe essere ampliato. Nei casi di attentato alla vita nei luoghi di detenzione e in quelli di decesso del detenuto sotto tortura, i colpevoli dovrebbero essere accusati di omicidio premeditato.
Per tutti noi è importante che le leggi approvate in Uzbekistan vengano applicate e funzionino. Ma questo dipende sia dalla società che dallo Stato, perché entrambi, semplici cittadini e pubbliche autorità, devono sottostare  ai propri doveri.

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