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13 Dicembre 2004 | UZBEKISTAN

Uzbekistan

Appello per una moratoria della pena capitale in Uzbekistan

 
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Il 29 settembre 2003, Tamara Chikunova nel corso di una conferenza stampa a Tashkent ha inaugurato ufficialmente una campagna di sottoscrizione ad un appello con cui viene chiesta alle autorità giudiziarie dell’Uzbekistan una moratoria della pena di morte.

In una lettera aperta al Capo dello Stato Islam Karimov, l’associazione Madri Contro la Pena di Morte e la Tortura chiede la sospensione delle esecuzioni sulla base di argomenti morali e religiosi, sostenendo la sua inutilità ai fini della deterrenza del crimine e della assoluta ineluttabilità della condanna in presenza di eventuali errori giudiziari.

Pubblichiamo di seguito il testo dell’appello:

Al Presidente della Repubblica dell’Uzbekistan
Islam Abduganievic Karimov
Dall’ONG per la difesa dei diritti “Madri contro la pena di morte e la tortura”

"Egregio Signor Presidente!

Noi dell’organizzazione “Madri contro la pena di morte e la tortura” ci rivolgiamo a lei in qualità di supremo organo dell’autorità costituzionale della Repubblica dell’Uzbekistan per richiedere l’introduzione della MORATORIA DELLE ESECUZIONI CAPITALI.

La pena di morte costituisce una violazione del diritto alla vita, sancito nella costituzione della Repubblica dell’Uzbekistan.

La pena di morte è il limite estremo dell’offesa recata ai diritti dell’uomo.
E’ un omicidio premeditato ed a sangue freddo da parte dello stato in nome della giustizia.
La pena di morte rappresenta una forma estrema di punizione crudele ed inumana.
Nei loro insegnamenti, le grandi religioni mondiali fanno riferimento ai valori di misericordia, compassione e perdono.

Nei diversi libri sacri scritti nelle varie lingue, sta scritta una cosa: Dio ha creato l’uomo, l’Uomo e non il giapponese, il cinese, il russo o l’ebreo. Dio ha creato l’uomo, perciò noi abbiamo una  responsabilità verso la vita e la morte dell’Uomo, creatura di Dio.

Abbiamo il diritto di arrogarci le prerogative di Dio?
Siamo sempre nel giusto nelle nostre decisioni, nel pronunciare una sentenza?


Non esiste crimine per cui debba pagare con la propria vita solo colui che l’ha commesso. Noi tutti, abitanti della terra, in un modo o nell’altro abbiamo una comune responsabilità. E’ la nostra croce  e la punizione del colpevole non ci solleva dalla nostra responsabilità, semmai la aggrava.

Caratteristica fondamentale dei diritti dell’uomo è di essere inalienabili: tutti gli uomini ne godono in uguale misura, indipendentemente dal loro status, dall’appartenenza etnica, dalla loro religione o provenienza.

Nessuno  può essere privato di tali diritti, qualsiasi crimine abbia commesso.

I diritti umani si applicano ai peggiori fra noi, come ai migliori. I diritti umani esistono a tutela di noi tutti.

Troppi governi ritengono di potere risolvere gravi problemi sociali o politici attraverso la punizione di decine se non di centinaia di detenuti.

Troppi cittadini in troppi paesi del mondo ignorano che la pena di morte non difende la società ma la rende più invivibile.

Nessuno degli studi condotti fino ad oggi ha dimostrato in modo incontrovertibile che la pena di morte costituisca uno strumento di repressione o un deterrente  più efficace rispetto ad altri tipi di punizione.

L’assenza di prove evidenti del fatto che la pena di morte sia lo strumento privilegiato  di prevenzione del crimine, testimonia che pensare di basare la deterrenza sull’uso della pena capitale da parte dello stato è inutile  e pericoloso.

La pena di morte è una punizione severa ma non contribuisce alla riduzione della criminalità.

La pena di morte può essere l’irrimediabile conseguenza di un errore giudiziario: qui sta la differenza con la pena detentiva.

Esisterà sempre il rischio di condannare a morte degli innocenti.

La pena di morte è contro il principio della riabilitazione del colpevole. Lo stato non può rispondere all’omicidio con un altro omicidio, non può mettersi sullo stesso piano di chi usa violenza verso gli altri.

Inoltre, nessun sistema penale è infallibile, poiché suscettibile di discriminazioni ed errori.  Nessun sistema giudiziario può dare garanzia di essere equo, incontrovertibile ed infallibile quando dalle sue decisioni  dipenda a chi tocchi di vivere ed a chi di morire.

Finché la pena di morte verrà ammessa come forma legittima di punizione, ci sarà sempre la possibilità di abusarne e solo la sua abolizione può garantire che ciò non accada.

La pena di morte  legittima una violenza irreversibile da parte dello stato e richiede un inesorabile sacrificio di vittime innocenti. Poiché anche il giudizio umano più autorevole non è scevro da errori, il rischio di condannare l’innocente è sempre in agguato.

Prendendo posizione contro la pena di morte, non vogliamo in nessun modo cercare di giustificare o legittimare i crimini commessi dai condannati. Come organizzazione fortemente interessata al destino di coloro che sono privati dei diritti umani, non vogliamo neppure sminuire la sofferenza di quanti hanno perso i loro cari per mano di un omicida e siamo profondamente solidali con loro. Non di meno, dato il suo carattere definitivo e crudele, la pena di morte è incompatibile con le norme di comportamento che sono appannaggio della civiltà moderna: è una reazione indebita ed inaccettabile ad un crimine violento.

L’indipendenza dei tribunali e l’inammissibilità di ogni ingerenza nelle loro competenze  come previsto dall’ordinamento giuridico è stabilita dall’articolo 14 del Codice di Procedura Penale.

Tuttavia in Uzbekistan si è creato un circolo vizioso per cui il condannato che si appella contro una sentenza capitale ma rifiuta di  dichiararsi colpevole, rischia di non veder presa in considerazione la propria domanda di grazia rivolta al Presidente.  

Non c’è né può esserci giustificazione alla tortura o a qualsiasi trattamento crudele. Come la tortura, anche la pena di morte appare una violenza fisica e psicologica assoluta sulla persona.

La pena di morte è per sua natura una realtà che genera il male: negazione del diritto e della possibilità di rimediare all’errore giudiziario; un deficit di umanità nei fondamenti della società e dello stato; non solo porta in sé un errore, ma annulla ciò che più conta: l’inalienabile diritto di ogni uomo alla vita.


In tale situazione, solo una moratoria delle esecuzioni capitali in Uzbekistan darà la possibilità di appello e di revisione delle sentenze. Il successo nella lotta contro il male rappresentato dal crimine è garantito non dalla spietatezza della legge, ma dalla certezza della pena.

Egregio Islam Abduganievic!

-        Noi tutti conosciamo la sua onestà ed equità come Presidente e la sua bontà d’animo. Nel corso del suo mandato sono stati compiuti numerosi passi in avanti per il bene del popolo.

-        Il popolo le ha affidato senza esitazione il proprio destino, confidando nella sua saggezza, nel suo coraggio e nella sua bontà.

-        Chiedendo la moratoria delle esecuzioni capitali  NOI AFFIDIAMO ALLE SUE MANI LE VITE dei detenuti che vivono in condizioni disumane e che guardano verso di lei supplicanti mentre attendono una soluzione positiva del problema dell’abolizione della tortura e della pena di morte in Uzbekistan."

  CON PROFONDO RISPETTO E FIDUCIA ILLIMITATA NELLA SUA BONTA’,

Organizzazione indipendente non governativa
“Madri contro la pena di morte e la tortura”
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