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20 Ottobre 2008 | ARABIA SAUDITA

Saudi Arabia

La denuncia di Amnesty: un'esecuzione ogni tre giorni. Metà delle condanne a morte riguarda lavoratori stranieri.

 
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CORRIERE DELLA SERA

IL RAPPORTO - Pena di morte in Arabia:«Una ogni tre giorni»

Metà dei condannati sono lavoratori stranieri. Appello di Amnesty: «Moratoria subito»

 

Un condannato a morte decapitato a Riad

Il principe saudita Walid bin Talal bin Abdelaziz, ex socio di Berlusconi e uomo tra i più ricchi del mondo, proprio ieri ha annunciato che a Gedda costruirà l'edificio più alto del pianeta. Primato di qualche soddisfazione, certo (anche perché batterà i vicini e rivali Emirati). Nessun commento da parte saudita, invece, su un altro record del Regno di Abdallah: le condanne a morte per i suoi sudditi. E, sempre più spesso, per molti poveri immigrati nella terra dell'Islam e del petrolio, più fragili dal punto di vista giudiziario di quanto non lo siano i sauditi doc. O i residenti occidentali.

A lanciare il nuovo allarme è Amnesty International, che oggi pubblica un drammatico rapporto da cui emerge non solo che il livello di esecuzioni in Arabia Saudita resta altissimo, oltre due alla settimana in media, una ogni tre giorni: e infatti al 31 agosto eravamo già a 78 (158 nel 2007, record mondiale per numero di abitanti, terzo posto in assoluto dopo Cina e Iran). Ma che quasi la metà delle condanne eseguite nel Regno wahabita riguarda stranieri.

«Una percentuale del tutto sproporzionata — dice Malcolm Smart, direttore per il Medio Oriente di Amnesty —. Speravamo che l'impegno di Riad sul fronte dei diritti umani portasse alla fine o a un forte calo delle condanne e invece sono cresciute. Urge una moratoria». Non è una novità in nessun Paese del mondo (o almeno in quelli dove la pena di morte resiste, 62 sulla carta, meno in realtà) che a finire «giustiziati» siano soprattutto i più poveri e emarginati. Ma nel caso saudita questo è particolarmente vero: imputati che non parlano nemmeno l'arabo, senza avvocato, che restano all'oscuro della loro sorte (a volte) fino all'esecuzione.

Nel Regno, su 27 milioni di abitanti almeno 8 milioni sono stranieri. «Sia loro che i sauditi messi a morte in Arabia non hanno denaro nè contano conoscenze tra persone influenti che potrebbero intervenire in loro favore, come autorità di governo o capi tribù; circostanze entrambe decisive per ottenere la grazia», denuncia ancora Smart. Che poi sottolinea come i processi celebrati nel Paese in base alla sola Sharia siano spesso «segreti e ampiamente iniqui», mentre i giudici «applicano discrezionalmente la pena capitale anche per reati non violenti». Così, a scorrere i giornali che riportano gli ultimi casi, troviamo il barbiere turco Sabri Bogday residente a Gedda e condannato a morte per blasfemia: secondo due testimoni aveva spergiurato nel nome di Allah e del Profeta, non è dato sapere se in arabo o in turco. O la bambinaia dello Sri Lanka Rizana Nafeek, che parla solo tamil e minorenne, destinata ad essere decapitata per «aver fatto morire» un bimbo saudita; chissà in quali circostanze, visto che la sua parola (tradotta) non conta nulla di fronte a quella della «padrona». Ci sono state mobilitazioni internazionali per Rizana, ogni tanto si parla anche nel Regno di questa ondata di condanne a morte. Ma l'appello di Amnesty a Riad («basta esecuzioni, è arrivato il momento che rispettiate il diritto internazionale») sembra destinato per il momento a restare senza risposte.

Cecilia Zecchinelli

 

InTheNews.co.uk

SAUDI ARABIA: Foreign workers in Saudi Arabia 'pay with lives'---- Saudi Arabia 'disproportionately uses death penalty against poor foreign workers'

Saudi Arabia is disproportionately using the death penalty against poor foreign workers, Amnesty International has found.

A report from the charity has released a report estimating there were at least 1,695 executions between 1985 and May 2008 and of these, 830 were foreign nationals and 809 Saudis.

Given that foreigners make up about a quarter of the population, this is a "highly disproportionate use of the death penalty against foreigners" Amnesty said.

Foreigners facing capital trials in the Kingdom are frequently unable to understand any of the proceedings if they are not Arabic speakers, are often not even represented by a lawyer and are routinely held for long periods in harsh conditions and coerced into false 'confessions'.

In addition, they also lack the financial means or the contacts to negotiate pardons via 'diya' or 'blood money' arrangements.

Amnesty International UK director, Kate Allen, said: "Poor foreign workers are literally paying with their lives when accused of capital crimes in Saudi Arabia.

"The use of capital punishment in Saudi Arabia is a disgrace. The Kingdom should introduce a moratorium immediately."

William Sampson, a joint UK-Canadian national who was tortured and sentenced to death in the country along with several British and other foreign nationals in 2001, said: "As someone unfortunate enough to have experienced all that the Saudi system can throw at you, I know intimately the barbaric, arbitrary and inhuman manner in which Saudi justice is implemented.

"What further appalls me is the muted observance of these facts by countries such as ours - ones that claim to support and uphold human rights."

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