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3 Maggio 2009 | IRAN

Iran/Italia

Mario Marazziti parla a Radio Vaticana dopo l'esecuzione della pittrice Delara Darabi in Iran

 
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Radio Vaticana

Iran: sdegno nel mondo per l'esecuzione della pittrice Darabi

 

Ha suscitato forti reazioni e sdegno nel mondo l'esecuzione capitale, avvenuta in Iran, della giovane pittrice, Delara Darabi, condannata a morte per un omicidio che avrebbe commesso a 17 anni. Nonostante i gravi dubbi sulla sua reale colpevolezza, i giudici iraniani hanno ordinato che venisse uccisa, tramite impiccagione, all'alba di ieri, senza che il suo avvocato venisse informato, come invece vorrebbe la legge. Marco Guerra ne ha parlato con Mario Marazziti, portavoce della comunità di Sant'Egidio:

 

R. - La pena di morte non è considerata una violazione dei diritti umani sempre e dovunque. Negli stessi Stati Uniti è considerata un atto di giustizia normale, in alcuni casi. Siamo noi che percepiamo questo come una grande violazione: in questo caso perché riguarda una donna, perché riguarda una donna di cultura, un reato imputato addirittura in un'età in cui si è ancora troppo giovani per capire la differenza tra bene e male in maniera piena. Il problema è che la pena di morte è qualcosa che va eliminata comunque dalla faccia della terra.

 

D. - La pittrice Darabi è stata condannata per un reato commesso da minorenne e la stessa esecuzione è avvenuta senza tutele legali. Casi del genere, ci sono anche in altre parti del mondo?

 

R. - Dobbiamo ricordare che fino al primo marzo del 2004, questa pratica era normale anche negli Stati Uniti. E' stata poi la Corte Suprema a dire che c'è un mutamento del sentimento di decenza del quale anche gli Stati Uniti devono tener conto. Per cui l'esecuzione, in questo caso, di persone ancora minorenni al momento del reato - e poi dei disabili mentali - è diventata illegale negli Stati Uniti. In realtà c'è un gruppo di Paesi - pensiamo, oltre a questi, alla Somalia - dove in realtà la vita umana non conta niente e che ancora ammettono l'esecuzione anche dei minorenni, o di minorenni al tempo del reato. Per una persona che sia completamente responsabile, anche magari di un crimine compiuto all'età di 13, 14, 15 anni, direi che il mondo dovrà trovare un altro modo per comminare la pena.

 

D. - Al momento si registra qualche segnale positivo nella lotta alla pena di morte?

 

R. - Negli ultimi 30 anni, siamo passati da 20, 30 Paesi contro la pena di morte, a praticamente 120 Paesi che oggi non usano la pena capitale. Noi abbiamo assistito, negli ultimissimi tempi, all'abolizione nel New Mexico ed anche in Africa ci sono diversi Paesi che l'hanno abolita recentemente, come il Gabon, il Burundi. E c'è un'iniziativa che speriamo arrivi in porto in Malawi. Ci sono poi l'Uzbekistan, il Kirghizistan e il Kazakistan che oggi la stanno abolendo. Sono, questi, grandissimi segnali positivi. Dobbiamo fare un grande lavoro culturale, è un sentimento di rispetto della vita che sta salendo nel mondo: penso al fatto del Tribunale penale internazionale che non ammette la pena di morte neanche per i crimini contro l'umanità.

 

D. - La comunità internazionale si sta sempre più mobilitando contro la pena di morte. Ma perché non c'è la stessa presa di coscienza in difesa della vita nascente?

 

R. - La pena di morte, che è sempre stata popolare nella storia umana, è diventata meno popolare dopo la Seconda guerra mondiale. La reazione è partita dall'Europa. Dall'Europa è nata un'idea per cui democrazia, libertà, non possono coincidere con la morte. In realtà, oggi, c'è anche una cultura, che si è affermata in Occidente, di forte individualismo. Negli ultimi decenni, si è affermato un pensiero di libertà che è diventato estremo fino all'individualismo, quasi come una religione. Allora, in questa chiave, il corpo della donna ed il diritto di chi "vive" è diventato più forte del diritto di chi deve nascere. Io credo che anche qui ci sarà un ripensamento.

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