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28 Agosto 2010 | GIAPPONE

Japan

Sollevare il velo della vergogna dalla pena di morte

Il Giappone si scuote

 
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AVVENIRE

«Occhio per occhio e tutto il mondo diventerà cieco», diceva il Mahatma Gandhi per aprire un’alternativa alla logica della vendetta. Ci sono ancora nel nostro mondo luoghi resi bui da questa logica che rende ciechi. Tra quelli più oscuri ci sono i bracci della morte in tante carceri dove si muore per una sentenza che è vendetta di Stato. In alcuni paesi del mondo non è ancora passato il principio che lo Stato e le leggi esistono a tutela della vita dei cittadini e non per la loro morte.

Non c’è giustizia senza vita, recita lo slogan a fondamento della battaglia per la moratoria universale sulla pena di morte. Il significato è semplice e profondo: il fondamento e la ragione d’essere del diritto è la tutela della vita in ogni circostanza. Tra i Paesi in cui ancora è buio a questo livello c’è il democratico Giappone, che insieme agli Usa (ma non in tutti i suoi Stati) è autorevole membro del G8, mantenitore della pena capitale. Pochi aspetti della vita pubblica giapponese sono circondati da tanta segretezza come l’applicazione della pena capitale. Il governo mantiene il massimo riserbo sulle esecuzioni. I detenuti rimangono nel braccio della morte per anni, in minuscole celle, dove l’ordine di esecuzione può arrivare in ogni momento, senza alcun preavviso rispetto all’esecuzione: e questa è una tortura. Le famiglie vengono a saperlo soltanto dopo, a esecuzione avvenuta. Sono tutti aspetti che privano di ogni diritto i condannati, oltre a rendere ancora più disumana la sentenza.

L’opinione pubblica nipponica sostiene questa scelta con larghissimo consenso (si parla dell’86 per cento a favore). L’elemento della segretezza è la reale peculiarità del sistema giudiziario, che contrasta fortemente con l’anima democratica del Giappone. È la segretezza, almeno fino ad oggi, uno degli elementi vincenti del mantenimento della pena capitale. Non se ne parla nel Paese, non se ne discute e quindi non ci si rende nemmeno conto che possa esistere un’alternativa alla pena di morte. La gente non è informata sul trattamento dei condannati o sulla crudeltà dell’esecuzione.

Ma oggi il Giappone si deve confrontare con un pronunciamento decisivo avvenuto a livello internazionale: la risoluzione Onu sulla Moratoria universale sull’uso della pena di morte, in cui si sancisce in modo definitivo e formale l’orientamento giuridico e culturale prevalente nella comunità internazionale. Questo risultato si è accompagnato a una presa di coscienza delle società civili sul valore e la sacralità della vita umana.

Obiettivo che va ancora raggiunto in Giappone. Qui, dopo un anno di moratoria de facto, un mese fa si è tornati dolorosamente a uccidere due condannati. A queste decisioni si oppongono oggi novanta parlamentari giapponesi, di tutti i partiti politici, che hanno costituito una Lega contro la pena di morte. Di questo gruppo era parte anche il ministro della Giustizia dell’attuale governo del Partito democratico, la signora Keiko Chiba, in passato attivista di Amnesty International. Paradossalmente, però, è stata proprio lei a dover firmare le due ultime condanne. Tuttavia, proprio in questi giorni la ministra ha voluto guidare un gruppo di giornalisti nel braccio della morte del carcere di Tokyo e nel luogo dove si svolgono le impiccagioni. Il motivo: «La speranza è che questo possa diventare uno spunto in più a disposizione della gente per la discussione sulla pena di morte», ha dichiarato Chiba. Togliere la segretezza alle condizioni in cui vivono i condannati a morte, mostrare la crudeltà della loro condizione per favorire una presa di coscienza nell’opinione pubblica.

È un’iniziativa volta ad aprire un dibattito in una cultura dove non è stata ripudiata la logica della vendetta. Chiba e gli altri politici giapponesi, sollevando il velo della tradizionale segretezza sulle esecuzioni, compiono il primo vero passo perché si vedano meglio il dolore di una simile morte e il valore della vita. Per aiutare il Giappone a riunirsi al resto del mondo nella ricerca di una giustizia che sappia sempre rispettare la vita.

Marco Impagliazzo

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