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25 Novembre 2010 | PAKISTAN

Pakistan

Il Card.Tauran in missione per ottenere il rilascio di Aasia Bibi. La famiglia costretta a nascondersi per le minacce subite

 
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Radio Vaticana

Il cardinale Tauran in missione in Pakistan per la liberazione di Asia Bibi

Sarà in Pakistan, domani, per sensibilizzare il governo locale sul caso di Asia Bibi e sul tema dell’abrogazione della legge sulla blasfemia, il presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, il cardinale Jean-Louis Tauran. Intanto, nel Paese asiatico, il ministro per le Minoranze, Shahbaz Bhatti, di fede cristiana, ha rivelato di essere stato minacciato dagli estremisti. L’annuncio di un’imminente missione vaticana in Pakistan l’aveva dato ieri il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, a margine dell’inaugurazione dell’anno accademico della Pontificia Università Lateranense, in cui aveva rinnovato l’appello in favore della liberazione di Asia Bibi, la donna cristiana accusata di blasfemia e detenuta in un carcere nei pressi di Lahore. Domani, quindi, il cardinale Tauran sarà in Pakistan, dove incontrerà il ministro delle Minoranze, di fede cristiana. Proprio il ministro ha preparato una relazione dettagliata sul caso per il presidente Zardari, il quale esaminerà nei prossimi giorni la richiesta di grazia della donna. Il cardinale Bertone ha anche ricordato che la Santa Sede, come numerosi altri governi, ha posto il problema dell’abolizione della legge sulla blasfemia vigente in Pakistan, perché “i cittadini e tra questi i credenti cristiani non possono essere accusati di reati che non hanno consistenza”. Nel frattempo i partiti religiosi pakistani hanno fatto sapere di essere fermamente contrari al rilascio di Asia Bibi, minacciando proteste a livello nazionale e organizzando una giornata di mobilitazione contro “qualunque cospirazione per abolire la legge sulla blasfemia”.

Ma in che cosa consiste la legge sulla blasfemia, in vigore in Pakistan dagli anni ’80? Giancarlo La Vella ne ha parlato con Riccardo Redaelli, docente di Geopolitica e Storia delle Civiltà all’Università Cattolica di Milano:

R. – E’ una legge paradossale, assurda. E’ nata nella fase di islamizzazione del Pakistan negli anni ’80. Questa legge si sta rivelando un’arma di pressione, di minaccia, di ricatto, di punizione per i cristiani ma non solo, per tutte le minoranze religiose o anche per comunità un po’ in difficoltà. Si tratta di una legge che permette la condanna automaticamente a morte di individui o di gruppi di famiglie responsabili di avere bestemmiato il nome di Allah o del profeta Maometto: basta la testimonianza orale di quattro testimoni, possibilmente maschi musulmani, e la condanna è automatica. Ovviamente tutto ciò diventa un’arma di vendetta personale, diventa un’arma di pressione, di ricatto: “Vuoi vendermi il campo? No, non te lo vendo. Allora io vado da un giudice religioso e gli dico che tu hai bestemmiato”. In questo caso, tu non hai difese, la condanna è certa. Poi - come sempre è avvenuto in passato - il presidente interviene per evitare l’impiccagione; però devi abbandonare il Paese, la tua famiglia viene picchiata, minacciata, tu subisci violenze, sevizie, ci sono attacchi, vengono bruciate le case delle minoranze …

D. - Professare apertamente la propria religione che non sia l’islam fa ricadere nell’ambito della legge contro la blasfemia o no?

R. – No. In Pakistan ci sono scuole cattoliche e cristiane, ci sono chiese. Quindi professare la religione non è reato. Quello che è reato - e il confine è molto labile - è il proselitismo. Conosco molto bene le scuole cattoliche pakistane e sono sempre molto attente a non prestare il fianco all’accusa di proselitismo, sancito con la morte dalla sharia: ad esempio, mai prestare una Bibbia, un Vangelo a un musulmano che te la chiede, perché poi ti accusa di aver fatto proselitismo.

D. – A questo punto ci sono possibilità, sempre attraverso questa legge, per liberare la donna?

R. – Io ho scritto qualche giorno fa su Avvenire che ero sicuro che la donna non sarebbe stata giustiziata. Il governo e il presidente del Pakistan intervengono sempre per graziare. Ma attenzione: cosa significa la grazia? Non significa che Asia Bibi possa tornare alla sua famiglia, alla sua vita di sempre. Questa donna dovrà abbandonare il Paese. Le sue figlie sono state oggetto di minaccia e anche la sua famiglia dovrà probabilmente abbandonare il Paese. Quando ci sarà la grazia formale - come sempre accade in questi casi - ci saranno probabilmente attacchi da parte di islamisti o di folle incitate dagli islamisti contro case, negozi, chiese, scuole. Avviene sempre così. Asia Bibi sarà comunque una vittima di una macroscopica ingiustizia. Sarà graziata, ma non liberata: dovrà sempre vivere una vita da profuga o da esule. (bf)

 

AFP

Pakistan : la famille de la chrétienne condamnée à mort obligée de se cacher (mari)

ISLAMABAD, 24 nov 2010 - Le mari d'Asia Bibi, une chrétienne condamnée à la peine capitale au Pakistan pour blasphème contre le prophète Mahomet, a annoncé mercredi que lui et leurs cinq enfants étaient désormais obligés de se cacher en raison des menaces de mort pesant sur eux.

Ashiq Masih, qui travaille dans une usine fabriquant des briques du district de Shekhupura, près de Lahore, a expliqué qu'il avait dû fuir de son domicile avec ses enfants, âgés de neuf à vingt ans, refusant de dire où ils habitaient maintenant.

"Nous avons peur. Nous recevons des menaces, surtout de membres du clergé (musulman, ndlr). Ils ont organisé des manifestations dans le quartier" de Shekhupura, a-t-il dit devant des journalistes au bureau à Islamabad du ministre pakistanais chargé des minorités, Shahbaz Bhatti, qui est aussi un chrétien.

"Hier (mardi), il y a eu une action de protestation à Shekhupura. Ils (les manifestants) ont dit qu'ils ne laisseraient pas Asia Bibi en vie si elle était graciée", a-t-il ajouté, accompagné de ses filles Eesham, neuf ans, et Sidra, 18 ans.

Les membres de la famille d'Asia Bibi "m'ont remis aujourd'hui une pétition en vue d'obtenir sa grâce, à remettre au Premier ministre (Yousuf Raza Gilani). Je la lui soumettrai cette semaine. L'affaire est sans fondement", a de son côté dit M. Bhatti.

Asia Bibi, 45 ans, a été condamnée le 8 novembre à être pendue par un tribunal de Nankana (est) pour avoir blasphémé contre le prophète Mahomet.

L'affaire remonte à juin 2009, lorsque des femmes, musulmanes, qui travaillaient avec elle sont allées voir un responsable religieux en l'accusant d'avoir blasphémé contre le prophète Mahomet. Le mollah est ensuite allé voir la police, qui a ouvert une enquête.

Asia Bibi a été arrêtée et poursuivie en justice en application de l'article 295 C du code pénal pakistanais, qui prévoit la peine de mort dans un tel cas.

Elle a fait appel de la sentence auprès de la haute cour de Lahore, la juridiction la plus élevée de la province du Pendjab.

Ses partisans considèrent qu'elle a été accusée sans aucune preuve, et que son premier procès "ne s'est pas déroulé dans les règles".

Selon les associations de défense des droits de l'homme, c'est la première fois qu'une femme est condamnée à mort au Pakistan pour blasphème. Asia Bibi a reçu le soutien du pape Benoît XVI.

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