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30 Dicembre 2013

Famiglia Cristiana - di Stefano Pasta - La storia di Josè Joaquin Martinez, condannato a morte ingiustamente. (IT)

 
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JOAQUÌN, L'EX DEAD MAN WALKING
Accusato ingiustamente di aver ucciso una giovane coppia, Joaquìn Josè Martinez è stato cinque anni in carcere, tre nel braccio della morte. Ecco la sua storia. Quello che ha visto e vissuto lo ha trasfomato da convinto assertore della pena capitale in testimone del fatto che nessuno la merita.
 
di
Stefano Pasta
«Di fronte a un crimine efferato e alla condanna a morte, dicevo: “Perché aspettare? Sparategli subito!”. Quando poi vedevo i manifestanti con i cartelli contro la pena di morte il giorno dell’esecuzione, pensavo: “Perché sprecare tempo?”. Se mi avessero ascoltato, oggi non sarei qui».
 
Così Joaquín José Martinez racconta come da acceso sostenitore della pena capitale è diventato un testimone che gira le città europee per difendere il diritto alla vita. È un ex dead man walking, un ex “uomo morto che cammina”, dopo che per tre anni è stato ingiustamente recluso nel braccio della morte.
 
Ha raccontato di recente la sua esperienza in Italia, agli studenti dell’Università Cattolica di Milano, dove è stato invitato dalla Comunità di Sant’Egidio. Nato in Ecuador, cittadino spagnolo, con una buona famiglia e un’infanzia felice alle spalle, a 24 anni era un esempio riuscito dell’American dream, il sogno americano. Viveva a Tampa in Florida, dove aveva due figlie e una separazione in corso. Proprio per alcune accuse infondate della ex moglie, viene arrestato, sotto gli occhi delle figlie, per l’assassinio di una giovane coppia. Il ragazzo ucciso è un trafficante di droga, nonché il figlio di un ufficiale di polizia. Serve subito un colpevole: Joaquín, che nel giorno dell’omicidio si trovava a Disneyland con la nuova fidanzata, viene incredibilmente condannato alla pena capitale.
 
«Era il 1997», racconta, «e a quell’epoca l’esecuzione era solo con la sedia elettrica. Si stava iniziando a discutere se fosse il metodo “migliore” dopo che in alcuni casi un voltaggio eccessivo delle scariche elettriche aveva fatto soffrire molto i condannati. Nel braccio della morte, i poliziotti, mentre facevano alcuni test, passavano davanti alle celle e ridendo dicevano: “La prossima volta tocca a voi”».
 
Joaquín inizia a conoscere i suoi compagni di detenzione, alcuni probabilmente innocenti come lui, altri colpevoli di crimini efferati. Ma tutti umani. «Fino a quel momento, non avevo più fiducia nel sistema che mi aveva incarcerato ingiustamente, ma pensavo ancora che la pena di morte fosse “giusta”. L’incontro con loro mi ha cambiato, ho riscoperto la loro umanità e come lo Stato abbia il dovere di essere migliore, proprio per dire che è sbagliato, sempre, uccidere. Oggi, purtroppo, tutte le persone detenute con me sono state uccise».
 
In particolare, Joaquín si commuove ricordando Frankie, 20 anni nel braccio della morte prima di morire per un cancro non adeguatamente curato: «Era solo, senza amici, senza parenti, senza lettere da fuori. Gli mostravo le cartoline che ricevevo da mezzo mondo e gli descrivevo le città europee. Era stato condannato per lo stupro di una ragazzina di dieci anni, chiedeva di fare il test del dna per dimostrare la sua innocenza, ma la risposta era sempre: “Perché spendere soldi per un assassino?”». Frankie era un malato psichico, viveva con le catene ai polsi e ai piedi: «Quando urlava per le crisi, le guardie lo picchiavano. Sentivamo vibrare le pareti per i colpi, poi finiva in infermeria. Poi non lo abbiamo più visto, pensavamo fosse stato ucciso, finché l’ho rivisto in infermeria, scheletrico, non mi riconosceva, malcurato e agonizzante per un cancro».
 
Una volta morto, gli avvocati ottennero di fare il test del dna: risultò innocente. «La malattia psichica», spiega Joaquín, «è molto comune nei bracci della morte. Al terzo anno, anch'io stavo iniziando a parlare da solo. Vivi in attesa che nel cuore della notte vengano a misurati il cranio o a darti il rasoio per raderti la caviglia, dove metteranno il laccio della sedia elettrica».
 
«Ma io», aggiunge, «sono stato un privilegiato; nei tre anni nel braccio ho avuto il sostegno di molti, dal Re di Spagna al Papa, dal Parlamento Ue a tante associazioni, come Sant’Egidio, e cittadini comuni. La mia famiglia, un’eccezione rispetto a quelle di molti detenuti, ha potuto pagare un buon avvocato e dei consulenti scientifici che hanno ottenuto la revisione del processo. I soldi purtroppo contano molto».
 
Stesso giudice, stessa aula: dopo cinque anni di detenzione e tre nel braccio della morte, Joaquín viene riconosciuto innocente. Liberato, torna in Spagna. «In carcere non esisteva uno specchio, ho scoperto allora come ero cambiato, avevo i capelli brizzolati. Il console spagnolo, venuto per accogliermi, mi ha chiesto cosa volevo mangiare. Sono scoppiato in lacrime. In carcere non avevo mai potuto scegliere nulla».
 
Infine, “l’ex condannato a morte” racconta il suo giorno più difficile da quando è stato liberato: «Alcuni anni dopo, mio padre stava andando a vedere la partita Real Madrid-Valencia e venne ucciso in un incidente stradale da un diciassettenne. Ero arrabbiato, nel corridoio dell’ospedale dissi: “Vado e lo uccido”. Mia madre mi scosse e mi rispose: “Non hai imparato niente!”. Ecco, scegliere di perdonare quel ragazzo è stata la cosa più difficile degli ultimi anni, ma l’ho fatto e questo ci rende migliori».
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