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27 Ottobre 2015 | GIAPPONE

L'impegno per abolire la pena capitale

Il supplizio di Iwao, da 47 anni nel braccio della morte

I perché di una moratoria delle esecuzioni in Giappone

Comunità di Sant'Egidio, pena di morte, Giappone
 
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Volentieri pubblichiamo un commento di Mario Marazziti * sul simposio internazionale tenutosi a Tokyi il 22 ottobre scorso.

da Avvenire

di Mario Marazziti*
27 ottobre 2015

Iwao Hakamada è ancora vivo. Adesso ha 79 anni. Nato nel 1936, incarcerato nel 1966, è stato condannato alla pena capitale nel settembre 1968. Da 47 anni, una durata da record del mondo, è nell’incubo della pena di morte giapponese, innocente. Da un anno è fuori dal braccio della morte, con i suoi fantasmi. Era un pugile, appena ritirato, con successi alle spalle. L’imputato ideale per trovare un colpevole al tempo in cui non c’erano gli esami del Dna. Interrogato per 16 ore al giorno, per 23 giorni – 368 ore, solo poche in presenza di un avvocato – aveva firmato una confessione. Ha vissuto 48 anni in una cella di 5 metri quadrati. La sorella racconta che da un anno lascia le chiavi di riserva da una vicina, perché quando va a fare la spesa, se lui si sveglia, chiude tutto a chiave: non sa vivere 'non recluso'. Adesso fa piccole passeggiate con la sorella. Il giorno dopo fa la stessa strada da solo e compra la stessa cosa che ha comprato lei il giorno prima. Poi rientra nei suoi fantasmi. Ma sa bene che è stato «all’inferno e che quell’inferno va abolito». Sono 129 i condannati nel braccio della morte in Giappone, 128 milioni di abitanti, uno ogni milione. Il Giappone avrebbe tutto da guadagnare nel mondo a fermare per sempre le esecuzioni. Ci sono altri quattro casi sotto esame per errori capitali. Da 60 anni c’è chi si batte per riaprire tutti i casi delle esecuzioni al tempo dell’occupazione americana, ancora più sospetti. In un Paese che non sopporta l’errore di mostrare anche un solo errore apre una voragine. Come le bugie sulla centrale nucleare di Fukushima.

Toshi Kazama è un fotografo. Giapponeseamericano. Lo lasciarono mezzo morto, ma è sopravvissuto. Fa parte di Journey of Hope, l’associazione dei familiari delle vittime che si batte contro la pena di morte, raccontando come sono usciti dal desiderio di vendetta: sanno più degli altri che la pena di morte è sbagliata. Le sue foto sono in bianco e nero. La vecchia sedia elettrica, come un monumento. Si vede l’ombra impressa sul sedile dal coccige, quando brucia. Come i corpi di Hiroshima dissolti dalla bomba atomica, che hanno lasciato l’ombra sul muro. A volte basta una foto per capire. Poi è arrivata l’iniezione letale. Poi la crisi dell’iniezione letale, dovuta inizialmente all’iniziativa italiana che ha portato a non produrre più il pentobarbital. Con lo sconquasso attuale, le esecuzioni andate a male, le agonie infinite, i farmaci proibiti usati lo stesso. E la Corte Suprema Americana, che mentre le esecuzioni e le condanne sono al minimo storico da vent’anni si interroga sulla costituzionalità o meno dell’esecuzione 'pulita'. Per contrastare la pena di morte in una grande democrazia industrializzata la Comunità di Sant’Egidio, sostenuta dall’Ambasciata d’Italia e dall’Ue, ha promosso il Terzo Simposio internazionale 'Giustizia e Diritti umani', sottotitolo dell’incontro 'No Justice Without Life', nel Palazzo della democrazia giapponese, alla Dieta, a Chiyoda-ku.

Per sostenere la Lega dei parlamentari giapponesi contro la pena di morte, guidata da Shizuka Kamei, un leader di opposizione che è stato in passato capo della polizia e che si è convinto che il sistema perfetto (colpevole sempre trovato, quasi sempre confessioni) è in realtà malato. Lui lo sa bene come si firmano le confessioni, come quella di Hakamada. Dalle Filippine portano il risultato della conferenza Asia-Pacific dello scorso anno, anch’essa promossa da Sant’Egidio: quest’anno 18 Paesi hanno sottoscritto a Manila l’impegno a non fare più esecuzioni. In Giappone non se ne parla, di pena di morte, non se ne scrive. Anche se la pena di morte non fa parte – al contrario di quello che si pensa – dell’'identità giapponese'. Dal IX all’XI secolo l’avevano abolita, quando in Europa si tagliavano le teste. Per la prima volta ci sono due exministri della giustizia: Sugiura e Hiraoka. Il movimento sta crescendo. Seiken Sugiura è stato ministro della giustizia nel 2006-2007, braccio destro di Koizumi. È un conservatore che non ha voluto firmare esecuzioni. E che ha provato a riformare il sistema, ma è stato bloccato da una burocrazia molto potente. E Hideo Hiraoka, militante dei diritti umani già prima di essere l’88esimo ministro della giustizia. Prima del governo di Abe.

In Giappone il sondaggio quinquennale promosso dal governo riporta l’80 per cento di favorevoli alla pena capitale. Un dato confermato dal sondaggio indipendente promosso dall’Ue. Come se dire 'no' portasse a rimandare in giro gli assassini. Ma l’80 per cento rispetterebbe con naturalezza la scelta del governo se la abolisse, dice un sondaggio promosso dall’Ue. Ne ho potuto parlare in profondità con Shinsuke Okuno e Yuichiro Uozumi, i presidenti delle Commissioni Giustizia della Camera e del Senato: introdurre la necessità dell’unanimità nei giudizi delle giurie popolari, come in America, necessità di riscontri oggettivi oltre alle confessioni, riduzione del fermo di polizia, moratoria di fatto come passaggio intermedio e poi revisione, come l’Illinois, trasparenza e notizie autorizzate dall’alto, visto che per la popolazione diventa impossibile esprimersi su qualcosa che non si conosce. Come al tempo della Seconda Guerra Mondiale, tutti bellicisti che non immaginavano la distruzione mostruosa che ne sarebbe seguita.

È un Paese dove il principio di autorità e il rispetto delle decisioni di chi la esercita non viene messo in discussione. E si sa quasi nulla del grande cambiamento in atto nel resto del mondo. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale erano 4 i Paesi che non avevano più la pena di morte, diventati una ventina nel 1970. Adesso sono più di 100 e altri 50 hanno una moratoria da più di 10 anni. In Italia, la diplomazia umanitaria italiana ed europea, la creatività dal basso, hanno inventato il 'microchip' che unisce sicurezza e giustizia: più sicurezza ma senza pena di morte. Perché in nessun Paese del mondo c’è un rapporto tra la curva dei crimini gravi e quella delle esecuzioni. Quella delle esecuzioni dipende dagli umori, dalla paura e dalla politica. La pena di morte dipende più dalla geografia che dalla gravità dei crimini. Se Ruanda, Burundi e Cambogia dopo tre genocidi hanno deciso di abolire la pena di morte è perché è impossibile la riconciliazione se si ammette la vendetta di Stato. Se l’hanno fatto loro e sono più sicuri oggi, si può fare anche per i reati comuni qui. Il Giappone è all’avanguardia nelle tecnologie. In pochi anni quello che sembrava normale nel mondo sta diventando Medioevo. Come i dischi in vinile e i Dvd nel tempo di iPhone e degli smartphone.

Il Giappone rischia di restare nella parte del mondo in cui c’è il macabro Califfato, i suoi rituali di morte, quelli del terribile video del boia John quando decapita l’ostaggio inerme giapponese Kenji Goto. Questi i contenuti del Simposio internazionale e degli incontri al vertice. Un obiettivo raggiungibile è un disegno di legge che chieda una moratoria delle esecuzioni. D’altra parte se in America negli ultimi sette anni sette Stati sono diventati abolizionisti, incluso il conservatore Nebraska – che celebrerà l’abolizione al Colosseo la sera del 30 novembre, sperando che il referendum degli oltranzisti venga sconfitto – non sembra impossibile pensarlo anche per il Giappone. Almeno per il 2020, anno delle Olimpiadi.


* Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera
 

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