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19 Febbraio 2016 | ROMA, ITALIA

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Un mondo senza pena di morte? Ministri della Giustizia di 30 paesi ne parlano lunedì a Roma

IX Congresso Internazionale, Camera dei Deputati, 22 febbraio. Rappresentanti di Paesi sia abolizionisti che mantenitori. Passi significativi per un mondo più umano e una giustizia più equa

 
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 Un mondo senza pena di morte? Ministri della Giustizia di 30 paesi ne parlano lunedì a Roma IX Congresso Internazionale, Camera dei Deputati, 22 febbraio. Rappresentanti di Paesi sia abolizionisti che mantenitori. Passi significativi per un mondo più umano e una giustizia più equa.

Perchè la Comunità di Sant'Egidio riunisce ogni anno, da 9 anni, i ministri di paesi di ogni continente per discutere delle prospettive di abolizione della pena di morte? Non si tratta di un esercizio accademico, o di un evento celebrativo. Al contrario, si tratta di uno spazio in cui, nello spirito di dialogo che è la cifra delle iniziative della Comunità, si esaminano i percorsi possibili e realisti per una gestione più umana della giustizia.

Lungo è il cammino percorso ormai da tanti anni e numerosi sono gli obiettivi raggiunti dai Congressi internazionali dei ministri della Giustizia, promossi dalla Comunità di Sant’Egidio. In ordine di tempo, l’ultimo paese ad avere abolito la pena di morte è stata la Mongolia, lo scorso 4 dicembre, anche grazie a questo paziente lavoro.

Il 22 e 23 febbraio il Segretario di Stato per la Giustizia della Mongolia sarà a Roma insieme ad oltre trenta fra ministri e rappresentanti di paesi africani, asiatici, latinoamericani ed europei. Alcuni di questi (El Salvador, Rwanda, Timor Est, Togo) hanno già abolito la pena di morte da tempo; altri (Repubblica Centrafricana, Mali, Sierra Leone, Sri Lanka) hanno sospeso le esecuzioni e aderito alla votazione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite in favore della moratoria; altri ancora, come il Vietnam e la Somalia, mantengono la pena di morte.

In un tempo di guerra diffusa, come il nostro, infatti, invocare soluzioni semplificate e ricercare capri espiatori, in nome della sicurezza, può sembrare naturale e riscuotere successo. Il terrorismo alza il livello della violenza e spinge l’opinione pubblica a schierarsi: con o contro. E contro equivale a sopprimere, anche fisicamente, il violento. Le immagini di esecuzioni barbare, come nei video del Daesh, diffondono nella società una cultura della morte. È la sfida del terrorismo globale: propagandare la paura.

Ma la violenza fa solo il gioco della paura. E la pena di morte, espressione di una cultura violenta, non aiuta a combattere il crimine. La pena capitale – lo dimostrano tanti studi e statistiche – non è un deterrente, non diminuisce i crimini commessi, non garantisce maggiore sicurezza e aggiunge solo altra violenza e altra morte. E soprattutto quando uno Stato uccide in nome della legge, abbassa il livello del suo sistema legislativo al livello di chi uccide.  Per questo occorre rinnovare l’impegno in difesa della vita e ridare slancio alla lotta per l’abolizione della pena di morte.

Il congresso di Roma sarà un’occasione importante per offrire sostegno e strumenti giuridici a quegli Stati che stanno intraprendendo un percorso verso l’abolizione o la sospensione della pena di morte. Riaffermare la sacralità della vita e diffondere una cultura della pace può togliere terreno alla paura, che in questo tempo difficile rischia di prevalere nelle scelte di tanti.

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