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9 Aprile 2018 | COSTA D'AVORIO

E' il terzo Congresso Regionale contro la pena capitale. Grande l'interesse, si sono iscritte oltre 300 persone

Il Congresso Regionale delle Associazioni Abolizioniste del mondo in Costa d'Avorio il 9 e 10 aprile 2018

La sessione plenaria del 10 Aprile dal titolo “Pena di morte, povertà, condizioni carcerarie: da una Giornata Mondiale all'altra” sarà presieduta da Annemarie Pieters (al centro nella foto)

 
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Si tratta del Terzo Congresso Regionale e questa volta si tiene in un paese africano. Più di 300 sono i partecipanti che prenderanno parte a queste due giornate di dibattiti, alle due cerimonie ufficiali di apertura e chiusura e a un evento finale di carattere festoso. 

La sessione plenaria del 10 Aprile dal titolo “Death penalty, poverty and prison conditions: from a World day to another” sarà presieduta da Annemarie Pieters.  Nella tavola rotonda nel pomeriggio “La Pena di Morte: uno strumento politico?” parlerà Firmin Andy Kacou Randos, co-organizzatore di "città per la vita" della Comunità di Sant’Egidio di Abidjan.

Il Programma:

www.worldcoalition.org/AfricanRegionalCongress2018.html

 

L'intervento di Firmin della Comunità di sant'Egidio della Costa d'Avorio

“La pena di morte: uno strumento politico?”

La pena di morte, anche in un contesto globale di crescente affermazione di un trend abolizionista, continua ancora troppo spesso ad essere invocata come la soluzione alla violenza omicida dei singoli o di gruppi terroristi. In società sempre più dominate dalla paura, in cui la violenza cresce, la pena di morte sembra la risposta più ovvia e sensata agli occhi dell’opinione pubblica e della classe politica. Si pensa di poter rispondere al desiderio di morte dei violenti con altrettanta morte e violenza, sotto l’egida dello stato.
Per alcuni politici ricorrere, invocare o minacciare la pena di morte serve a raccogliere e consolidare consenso politico e a rafforzare l’immagine di guide forti in paesi instabili, scossi da profondi disequilibri sociali, lacerati dalla violenza. La pena di morte sembra la soluzione radicale che taglia alla radice quello che si considera il male annidiato nella società. Per questo si osservano l’estensione della pena capitale a reati come il traffico di droga, che richiedono ovviamente tutt’altra risposta, o la sua applicazione per colpire l’espressione di opinioni politiche o fedi religiose di minoranze. Questo uso “distorto” o “politico” della pena capitale per mantenere potere e consenso è un insulto ai diritti fondamentali di ogni essere umano.
Tuttavia, anche quando la pena di morte è utilizzata o invocata al fine di contrastare la violenza di singoli o gruppi terroristici, la storia e l'analisi dei dati concreti dimostrano che essa non costituisce un deterrente efficace. Non ha fondamento l'idea di una maggiore sicurezza interna come effetto del ricorso alla pena di morte. Anzi, il ricorso alla pena capitale aumenta la dose di violenza di una società, non bandisce la cultura di morte ma le dà cittadinanza, la rende normale tanto che anche lo Stato vi ricorre. La pena di morte radica la paura, impoverisce la convivenza nella società, disumanizza anche chi è dalla parte della ragione.
Se i politici e i governi possono pensare utilizzare la pena di morte per garantirsi consenso, al prezzo di radicare la violenza nella società, è tuttavia possibile generare un processo opposto attraverso un uso “politico” inverso della pena capitale, ossia attraverso la sua abolizione. Abolire la pena di morte è giusto di per sé, perché la pena di morte lede i diritti fondamentali di ogni essere umano, è discriminatoria, fallibile, irreversibile. Tuttavia, la sua abolizione ha in sé anche una forte valenza “politica” in particolari momenti storici. L’abolizione o la moratoria segnano sempre un punto di svolta, marcano una differenza tra classi politiche, tra visioni della società. Questo è tanto più vero in paesi che hanno sperimentato o stanno ancora attraversando contesti difficili di dopo-guerra, genocidio o di transizione politica e istituzionale.  Il rafforzamento dello stato di diritto che preveda la moratoria e l’abolizione della pena capitale può fermare l’escalation dell’odio e della vendetta e interrompere il ciclo della violenza.     
L’Africa ha alcuni esempi particolarmente significativi della bontà e lungimiranza della scelta abolizionista in momenti di cambiamento particolarmente delicati. Il Sud Africa abolì la pena di morte al termine del regime di apartheid, durante il quale il paese aveva avuto uno dei più alti tassi di esecuzioni capitali e l’opinione pubblica era stata a favore della pena capitale. Il Mozambico abolì quando la guerra civile si avviava al termine, con la Costituzione del 1990. 
In Rwanda, dopo un genocidio in cui circa 800 mila persone furono uccise e torturate, circa 125 mila persone vennero arrestate con l’accusa di genocidio, mentre un numero molto maggiore era stato coinvolto nei massacri. Non era possibile applicare la legge che all’epoca prevedeva la pena capitale. La scelta del Rwanda fu di rifiutare la pena di morte (abolita poi nel 2007) e di applicare su larga scala, adattandolo, un metodo ispirato dalla tradizione gacaca di giustizia comunitaria. 
Fuori dall’Africa, in Asia, la Cambogia è un caso esemplare dell’importanza della scelta abolizionista per la ricostruzione di un paese. In Cambogia la pena di morte venne eliminata dal codice penale nel 1989 e dalla Costituzione nel 1993, nonostante il genocidio e i crimini di guerra commessi durante la dittatura dei Khmer Rossi che portò alla morte di circa 2 milioni di persone. Come ha ricordato Ang Vong Vattana, Ministro della Giustizia cambogiano, durante il IX Congresso Internazionale dei Ministri della Giustizia organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, il paese era stanco di morte e violenza, e il governo decise di segnare la differenza con il precedente sanguinario regime imponendo come pena massima l’ergastolo per coloro che fossero stati riconosciuti colpevoli di genocidio. 
La scelta abolizionista è importante anche quando i paesi sono ancora scossi da instabilità e faticano a trovare la strada verso la pacificazione. Nella Repubblica Centrafricana, dove è tuttora in corso una guerra civile, la moratoria della pena di morte vige dal 1981 e il paese si è impegnato a riprendere il processo abolizionista come parte del processo di riconciliazione nazionale e come auspicato dagli accordi di pace di Roma, firmati nel giugno 2017 sotto l’egida della Comunità di Sant’Egidio. Durante il X Congresso dei Ministri della Giustizia dello scorso novembre, Flavien Mbata, il Ministro della Giustizia, ha ribadito che la lotta alla pena di morte è un’occasione di pace che il paese non può permettersi di mancare.
Tutti questi paesi hanno voluto o stanno cercando di marcare una svolta fondamentale della loro storia legando la pace alla garanzia dei diritti umani e riaffermando che il rispetto della dignità di ogni uomo è il fondamento della società. Questi processi positivi sono avviati da politici e giudici con uno sguardo lungimirante, una visione chiara di come la giustizia fondi la convivenza, e il coraggio di resistere alle paure dell’opinione pubblica. Anche nel paese che ci ospita, la Costa d’Avorio, i giudici si rifiutarono di applicare la riforma del codice penale del 1998 che estendeva la pena di morte a reati minori, quali il furto aggravato. 

 

Quindi, se la pena di morte può essere uno strumento politico di facile ed equivoco consenso, la sua abolizione è invece un banco di prova della politica e della sua capacità di guidare l’opinione pubblica: l’abolizione della pena capitale richiede responsabilità, coraggio politico e leadership morale. Se l’uso politico della pena di morte radica la violenza, l’uso politico dell’abolizione è un passo fondamentale di processi di stabilizzazione politica e di pacificazione. Senza l’abolizione della pena di morte tali processi restano incompleti e fragili.
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