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AsiaNews

23 Maggio 2016

Vescovo filippino: È presto per giudicare il contraddittorio Duterte. No alla pena di morte

Mons. Broderick Pabillo, vescovo ausiliare di Manila: “La morte non è mai il modo per generare una vita migliore"

 
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Mons. Broderick Pabillo, ausiliare di Manila, afferma che “il neo eletto presidente ha introdotto un linguaggio di odio e violenza nel panorama politico. Non sappiamo quanto di quello che dice sia solo propaganda”. Il sindaco di Davao vuole introdurre il bando degli alcolici, il coprifuoco per i minori e l’impiccagione. “La morte non è mai il modo per generare una vita migliore”.
 
 Manila (AsiaNews) – “Non so quanto di quello che dice Duterte sia propaganda, quanto sia provocazione e quali siano invece le sue reali intenzioni. Noi ci atteniamo all’insegnamento della Chiesa, che non cambia e che promuove la vita e non la morte”. Mons. Broderick Pabillo, vescovo ausiliario della diocesi di Manila, commenta così le prime parole di Rodrigo Duterte da neo-eletto presidente delle Filippine, e la sua proposta di reintrodurre la pena di morte per impiccagione.
 
Il 9 maggio scorso il sindaco di Davao ha vinto con ampio margine le elezioni, conquistando il 38% delle preferenze. Il giuramento è previsto per il 30 giugno. Nella sua prima conferenza stampa dopo la vittoria, “il giustiziere” ha dichiarato: “Insisterò sul Congresso perché reintroduca la pena di morte per impiccagione”. Il provvedimento è stato abolito nel 2006.
 
Rodrigo “Digong” Duterte, 71 anni, è membro del Pdp-Laban Party e per più di 22 anni è stato sindaco di Davao City (sud Mindanao), città che ha trasformato da luogo arretrato e malavitoso a “città più sicura d’Asia”.
 
Il neo eletto presidente ha dichiarato di voler introdurre il “modello Davao” a livello nazionale. Esso implica lo sradicare ogni tipo di crimine organizzato, l’introduzione del coprifuoco per i minori, compreso il carcere per i genitori che permettono ai propri figli di uscire negli orari proibiti, e il bando della vendita di alcol nei luoghi pubblici. Parlando ai media, Duterte ha affermato: “Il mio ordine è di sparare e uccidere chi fa resistenza”. In politica estera egli si è detto pronto ad avere relazioni più strette con la Cina e ad iniziare colloqui diretti con Pechino per risolvere le dispute territoriali nel mar Cinese meridionale.
 
Alla vigilia delle elezioni, una parte della società filippina aveva espresso forti “preoccupazioni” per un’eventuale elezione di Duterte, nel cui governo si vede il rischio di un ritorno ad una dittatura militare, almeno de facto. Alla pubblicazione dei risultati delle urne, la Chiesa filippina ha promesso “cooperazione vigile” con il nuovo leader.
 
“La mia opinione personale – continua mons. Pabillo – è che sia troppo presto per commentare i discorsi e le interviste del presidente neo eletto. Egli parla tanto e poi ritratta quello che ha detto, lo ha già fatto durante la campagna elettorale. Le sue parole causano grandi controversie e poi lui se le rimangia”.
 
Secondo l’ausiliare di Manila, “è vero che Duterte introduce un linguaggio di violenza e odio nel panorama politico, ma non so quanto di quello che dice sia propaganda, quanto provocazione e quali siano invece le sue reali intenzioni”. Per quanto riguarda la proposta di reintrodurre la pena capitale, “la morte non è mai la via per generare una vita migliore per tutti”. In ogni caso, una volta che Duterte “avrà confermato i suoi collaboratori e il suo programma, potremo esprimere i nostri commenti su di lui con cognizione di causa”.
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