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Uzbekistan

 
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La pena di morte in Uzbekistan, è stata abolita il 1° gennaio 2008. Una successiva amnistia è stata concessa ad alcuni prigionieri politici. Sembrano dunque aprirsi timidi spiragli in direzione di un maggiore rispetto dei diritti fondamentali della persona, benché ancora tanto resta da fare per migliorare le drammatiche condizioni di vita nelle carceri del paese, dove languono migliaia di detenuti che si ammalano o, peggio, muoiono a causa di infermità e stenti.

L’Uzbekistan resta invero una Repubblica presidenziale fra le più autoritarie dell’Asia Centrale. In passato parte del grande impero mongolo, il paese fu incorporato nell’Impero russo tra il 1865 e il 1876. Fino al dominio sovietico non si registrò alcuna significativa immigrazione slava. Un consistente afflusso di slavi nel paese si verificò durante il programma di collettivizzazione forzata messo in atto da Stalin.

Nel 1917 il potere russo venne stabilmente instaurato a Tashkent. Con il crollo dell’URSS, l’Uzbekistan divenne indipendente nell’agosto del 1991. Nel novembre dello stesso anno il Partito Comunista si trasformava nel Partito Democratico Popolare (PDP), il cui leader era Islam Karimov, il quale, il mese successivo, divenne Presidente della Repubblica.

Nel 1992, dopo una rivolta studentesca a Tashkent a causa della liberalizzazione dei prezzi, è stata adottata una nuova Costituzione post-sovietica, d’ispirazione occidentale. Tutti i partiti religiosi furono però banditi.

Nel marzo 1994 l’Uzbekistan ha sottoscritto un trattato di integrazione economica con la Russia.

Nel 1995 Karimov con un referendum ha ottenuto una proroga praticamente indefinita del suo mandato presidenziale. Proseguì quindi la tendenza reazionaria del suo regime, che cominciò a prendere di mira i partiti di opposizione ERK e BIRLIK.

Nel 1999, alcuni attentati terroristici hanno portato a misure restrittive e all’arresto di centinaia di attivisti dell’opposizione, nonché ad uno stretto giro di vite delle istituzioni religiose musulmane locali. La minaccia estremista continuò però a farsi sentire anche nel periodo 2000-2001, facendo breccia in maniera peculiare in buona parte della gioventù colta del paese. Malgrado questi sviluppi, l’Uzbekistan si dimostrò restio a rientrare nell’orbita russa, pur mantenendo un fiorente commercio di armi con Mosca. Vennero in seguito chiuse e rafforzate le frontiere con il Tadzhikistan e il Kyrgyzstan.

Nel novembre del 2001 il governo uzbeko ha ceduto all’esercito USA impegnato nella guerra in Afghanistan l’uso della base aerea di Khanabad, ricevendo in cambio aiuti finanziari e crediti da parte del FMI.

Negli anni seguenti il profilo autoritario del governo di Karimov si è andato rafforzando ulteriormente, facendo dell’Uzbekistan uno stato altamente dispotico. L’opposizione ha cominciato a vagare nella clandestinità, mentre l’intimidazione e l’imprigionamento arbitrario di centinaia di dissidenti politici, divennero mezzi di dissuasione tuttora all’occasione utilizzati.

I rapporti con gli USA si sono raffreddati nel corso del 2005, e la loro base aerea è stata chiusa, in seguito alla condanna di Washington della repressione di Andizhan del 13 maggio, nella quale le forze militari del governo hanno soffocato con la forza una rivolta della popolazione nella città all’estremo confine orientale del paese, provocando, secondo alcune testimonianze, diverse centinaia di vittime, se non addirittura un migliaio. Si sono invece riavviate le relazioni di Tashkent con la Russia e rafforzate quelle con la Cina, dopo che i due paesi avevano invece sostenuto l’operato del regime in quel tragico “venerdì di sangue”.

Il presidente Islam Karimov è stato rieletto per un altro mandato settennale nel dicembre 2007.

Diversi rapporti di organismi internazionali e di associazioni umanitarie affermano che il governo uzbeko limita ancora fortemente la libertà di parola e di stampa, mentre l’uso della tortura resterebbe ancora frequente.

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