In Florida, il tempo ha una consistenza diversa. Per James Duckett, 68 anni e una vita precedente in uniforme, si misura in passi lungo un corridoio che percorre da quasi quattro decenni. Condannato nel 1988 per l’omicidio della piccola Teresa McAbee, Duckett oggi non attende più un atto di fede, ma un verdetto molecolare. Mentre la data del 31 marzo, quella fissata per la sua esecuzione, si avvicina come un’ombra lunga, la giustizia americana si trova ferma davanti a un vetrino: i risultati del DNA, attesi in questi giorni, potrebbero riscrivere una storia poggiata su fondamenta che il tempo ha reso fragili.
La sua non è una protesta, ma l’anatomia di un uomo che ha visto il tempo consumare ogni cosa, tranne l’attesa di una risposta. Mentre i tecnici di laboratorio interrogano i reperti, Duckett scrive:
“Come molti sanno, sono nel braccio della morte da quasi 37 anni. Quindi, non è che la morte non sia sempre alla mia porta o nei miei pensieri.”
L’anno trascorso, il 2025, è stato lo spartiacque psicologico. Assistere all’esecuzione di diciannove compagni ha trasformato l’attesa in una cupa conta dei caduti: “Questo mi ha aperto gli occhi sul fatto che i miei giorni sono contati fino al mio turno”.
Il cuore della riflessione di Duckett è un dilemma che trascende il codice penale: quanto pesa il cambiamento di un uomo davanti alla bilancia della legge? Per lui, l’istituto della clemenza ha smarrito la sua funzione originale, diventando un ingranaggio burocratico privo di “grazia”. Duckett non cerca giustificazioni, ma il riconoscimento di una trasformazione che il tempo ha reso inevitabile.
“Non importa come una persona cambi – attraverso l’istruzione, la fede o semplicemente invecchiando dopo essere stata mandata qui da giovane – nulla sembra importare. Un tempo, la clemenza significava poter dimostrare un cambiamento reale e sincero… di poter dire: ‘Non sono più la persona che ero allora’.”
Oggi, quella speranza che le istituzioni non sembrano più in grado di offrire si è spostata nelle provette di un laboratorio. I test del DNA, figli di una tecnologia che nel 1987 apparteneva alla fantascienza, sono l’ultimo diaframma tra la vita e l’iniezione letale. Duckett non invoca una libertà immediata, ma una giustizia che non ignori la verità scientifica: “Non parlo di libertà, ma di una clemenza che permette di infliggere l’ergastolo”.
Mentre la Comunità di Sant’Egidio e le organizzazioni internazionali premono per fermare la mano dello Stato, la Florida attende.
Trentasette anni dopo, il destino di James Duckett non riposa più sulle parole di un testimone, ma sull’evidenza immutabile di un codice genetico.
FIRMA L’APPELLO
Il caso di James Duckett non è solo una questione di laboratorio, è una questione di umanità. La scienza ci offre oggi gli strumenti per evitare l’irreparabile, ma la nostra voce è l’unico strumento per fermare l’esecuzione.